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Il robot che scrive e «chatta» come l'uomo

Lavoro e fintech

Il robot che scrive e «chatta» come l'uomo

(Agf)
(Agf)

«Good morning. My name is Rachel Brooks and I see that you requested our product demo…». («Buon giorno. Sono Rachel Brooks e vedo che ha richiesto una dimostrazione su un nostro prodotto…»)

L’e-mail è arrivata al mio computer dopo aver domandato, via web, un’anteprima delle soluzioni di AI dell’azienda. Il tono cordiale e la precisione della lettera elettronica mi hanno confortato. Così: rassicurato anche dalle mansioni di Rachel - assistente alle vendite - ho risposto. La corrispondenza elettronica è andata avanti un bel po’ . Alla fine Rachel Brooks mi ha messo in contatto con un responsabile commerciale. L’obiettivo era raggiunto: di lì a poco avrei dialogato con un robot. Peccato, però, che già lo avevo fatto. Senza rendermene conto!

In una parola: il dialogo via e-mail era avvenuto con un intelligenza artificiale. Sullo schermo del pc, infatti, è comparsa un’altra lettera elettronica. Questa volta del capo, umano, di Rachel Brooks. «Thank you for visiting our website…. You should have already seen our product… as Rachel, our AI…» («Grazie per la visita al nostro sito…Dovrebbe aver già visto il nostro prodotto…dato che Rachel, la nostra Intelligenza artificiale…»). Superfluo dire che sono rimasto stupito. Anzi: sconcertato! Certo: la società in oggetto (Conversica) è una FinTech tra le più importanti negli Usa; quindi non dovrebbe apparire così strano «inciampare» in un algoritmo di Artificial intelligence. Inoltre: la richiesta ricorrente, in Internet, d’inserire dei codici per dimostrare di non essere un robot prova che simili tecnologie sono ormai diffuse. Ciò detto abituarsi non pare così semplice.

Queste tecnologie, è indubbio, implicano molti vantaggi e aprono le porte ad importantissimi orizzonti. Basta, in tal senso, pensare al loro utilizzo in campo medico: dalla possibilità di diagnosticare con molto anticipo diverse malattie fino alla cura a distanza di pazienti altrimenti non raggiungibili. Al di là di simili considerazioni esiste, però, l’altra faccia della medaglia. In particolare rispetto all’occupazione. Su questo fronte diversi studi hanno sottolineato che il rischio del «furto» del lavoro da parte dei robot è concreto.

Così, ad esempio, l’Ocse ha indicato che circa il 9% delle attività lavorative può essere automatizzata. La stessa applicazione di intelligenze artificiali come Rachel Brook, alla fine, è finalizzata (anche) a ridurre i costi fissi delle aziende. Nel passato l’intervento di Rachel sarebbe stato realizzato da un essere umano. Oggi, invece, il «suo» capo in carne ed ossa contatta il cliente solo in momento successivo. È la rivoluzione del «front office» aziendale. Non più la delocalizzazione dove il costo del lavoro è minore oppure l’outsourcing. Quanto l’uso, ovviamente se possibile, della tecnologia. Certo: in questo modo l’uomo, da un lato, lascia alla macchina l’attività a minore valore aggiunto; e, dall’altro, ha più tempo per seguire le richieste dei singoli clienti. Ciò detto il tema dell’occupazione rimane. E, in un mondo sempre più hi-tech, la formazione non è così facile da realizzare.

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