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Le elezioni e il dilemma della grande coalizione

eurozona e voto

Le elezioni e il dilemma della grande coalizione

(Marka)
(Marka)

Il problema è questo: la governance dell’Eurozona ha spinto le democrazie nazionali verso la formazione di governi di grande coalizione per sostenerne le politiche, ma più quei governi si sono consolidati e più forti sono divenute le opposizioni populiste a quella governance e alle sue politiche.

Se i maggiori partiti di centrodestra e centrosinistra convergono verso un governo di coalizione, allora le opposizioni populiste si rafforzano. Se invece quei partiti sono recalcitranti a dare vita ad una coalizione, allora diventa difficile dare vita ad un governo responsabile del Paese. L’esperienza recente della Germania e dell’Austria epitomizza il problema. In entrambi i Paesi, la grande coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici ha portato al rafforzamento dei partiti populisti dell’estrema destra nelle ultime elezioni. Di qui la decisione di non ricostruire una nuova grande coalizione.

Tuttavia l’alternativa è né rassicurante né disponibile. In Austria si sta andando verso un governo nazionalista, in Germania la formazione del nuovo governo assomiglia ad una scalata invernale. Siccome il sistema elettorale infine adottato in Italia (il Rosatellum) non consentirà l’affermazione di una maggioranza elettorale nelle prossime elezioni, è possibile che i partiti responsabili di centrodestra e centrosinistra dovranno trovare un accordo per governare insieme.

Ma quell’accordo, se avverrà, soffierà sulle vele delle opposizioni populiste, rafforzandone il consenso popolare ed elettorale. Come si può risolvere il problema? Un modo (forse) c'è, ma prima occorre capire l’esperienza della Germania e dell’Austria.

Partiamo dall’Europa. La grande coalizione (tra i maggiori partiti di centrodestra e di centrosinistra) non è una novità nelle sue democrazie nazionali. Per il pioniere dell’analisi comparata di queste ultime, l’olandese Arendt Lijphart, le grandi coalizioni sono necessarie in società altamente divise (come il suo Paese di nascita).

In queste società, la logica dell'alternanza tra partiti di centrosinistra e di centrodestra è sconsigliabile, perché quei partiti rappresentano gruppi sociali (‘pilastri' nel linguaggio olandese postbellico) che non si fidano reciprocamente, per via della diversa religione, lingua o cultura che li divide. Guardando all'esperienza dei Paesi Bassi, del Belgio, dell'Austria o del Lussemburgo, Lijphart ha elaborato il modello della democrazia consensuale, un modello alternativo a quello della democrazia maggioritaria sperimentato nel Regno Unito (e nei paesi della diaspora inglese). Nelle democrazie consensuali si governa attraverso grandi coalizioni che si formano dopo le elezioni, mentre nelle democrazie maggioritarie ciò avviene solamente in condizioni eccezionali (come la guerra). Naturalmente, nel secondo dopoguerra, grandi coalizioni si sono formate anche in altri Paesi, come appunto la Germania, ma solamente in fasi di un loro cambiamento sociale o politico. E, naturalmente, anche nell'Italia della Prima Repubblica si sono avuti governi di coalizione, ma non di ‘grande' coalizione per via dell'esclusione dei partiti comunisti e anti-sistemici dal governo.

Ora, le grandi coalizioni dell'ultimo decennio non sono state dovute alle divisioni interne analizzate da Lijphart, bensì alle pressioni esterne, quelle provenienti dalla logica di funzionamento della governance dell'Eurozona. La risposta alla drammatica crisi finanziaria del dopo-2008 è consistita nella costruzione di un regime di politiche pubbliche, altamente centralizzato a Bruxelles, basato su una logica preminentemente amministrativa e regolativa. Non poteva avvenire diversamente, una volta che si decise (con il Trattato di Maastricht del 1992) di dare vita ad una moneta comune ma senza un governo comune. Per impedire che un Paese dell'Eurozona potesse spendere e spandere a danno degli altri Paesi, sono state quindi introdotte regole che hanno ridotto lo spazio per le scelte nazionali di politica economica (e di bilancio). La conseguenza è stata una progressiva ‘giudiziarizzazione' della governance dell'Eurozona, con lo scopo di de-politicizzarne la gestione. L'esclusione della politica dal governo dell'Eurozona è pertanto l'esito della logica sistemica che caratterizza quest'ultima, non già di un qualche complotto della Germania, anche se certamente quella esclusione è congeniale con la visione normativa della democrazia della classe dirigente di quel paese. A sua volta, quella logica è stata resa ancora più impellente dal ruolo sanzionatorio dei mercati finanziari, prima ancora che da quello di vigilanza della Commissione europea. Come abbiamo visto in Italia nel 2011. Le grandi coalizioni dell'ultimo decennio sono dunque il risultato di un restringimento delle possibili alternative politiche. Se la politica si riduce al risetto di regole amministrative e giudiziarie, c'è poco spazio per la differenziazione politica. Tuttavia, nel caso della Germania e dell'Austria, la governance dell'Eurozona, avvantaggiando entrambi i Paesi, si è trasformata in un dogma. Le grandi coalizioni che si sono costituite in quei Paesi hanno cioè assunto un forte carattere conservativo. Per dirla con lo scienziato politico americano Wade Jacoby, sono state coalizioni basate su un programma politico difensivo. Ciò ha lasciato vuoto lo spazio dell'opposizione. E poiché il vuoto non esiste in politica, come non esiste in natura, quello spazio è stato occupato da forze populiste e nazionaliste, appena altre politiche europee (come la politica migratoria) hanno generato i loro negativi effetti distributivi. La mobilitazione contro i rifugiati e i migranti ha così consentito a quelle forze di aprire un varco nella barriera consensuale (e conservativa) della grande coalizione. Con i risultati che abbiamo visto.

Arriviamo all'Italia. Il sistema elettorale con cui si terranno le prossime elezioni, insieme alla frammentazione del nostro sistema di partito, spingerà prepotentemente verso la formazione di un qualche governo di coalizione (costituito dalle componenti responsabili del centrodestra e centrosinistra). La discussione in corso sulla ricomposizione elettorale dei due poli (di centrosinistra e centrodestra) è pura aria fritta. Per i partecipanti a quella discussione, l'obiettivo è conquistare un seggio in Parlamento, non già governare il Paese. Infatti, le divisioni all'interno del centrosinistra o del centrodestra sono di gran lunga maggiori di quelle che oppongono le componenti moderate dell'uno e dell'altro schieramento. Anche se l'uno o l'altro polo vincesse da solo, difficilmente potrebbe dare vita ad un governo stabile e coerente. Se lo facesse, crollerebbe il giorno dopo tra litigi e risentimenti. Per questo motivo, è molto più probabile che il futuro governo si formerà attraverso la scomposizione di quei poli elettorali. Tuttavia, se non vogliamo cadere nella trappola in cui sono cadute le grandi coalizioni in Germania e in Austria, allora quella grande coalizione non potrà essere giustificata solamente dall'obiettivo (difensivo) di fare argine al populismo. Se quella coalizione avrà una natura conservativa, o peggio ancora protettiva dei partiti e leader che la compongono, allora l'appuntamento del nostro Paese con il populismo sarà solo rimandato. Se invece si formerà una coalizione di governo per le riforme (con ministri di sicura competenza politica e di alta qualità morale), se quella coalizione sosterrà la ripresa economica con provvedimenti innovativi, se perfezionerà la riforma già avviata dell'amministrazione pubblica, se perseguirà un rinnovamento condiviso delle nostre istituzioni politiche e territoriali, allora si potrà sperare di neutralizzare l'iconoclastia populista. Ma ciò non basterà se non si contribuirà, contemporaneamente, a riformare la governance europea, portando la politica all'interno di quest'ultima. Occorre rivedere il modello di gestione dell'Eurozona in direzione di una unione politica democraticamente legittimata. Insomma, un governo di grande coalizione è giustificabile solamente se lavorerà per il suo superamento, cioè per rendere competitive l'Italia e l'Europa. Il sentiero è stretto, ma non si vedono percorsi alternativi.

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