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Una strategia per chiudere l’emergenza

L'Editoriale|fisco

Una strategia per chiudere l’emergenza

L’Unione europea, da molti anni, non perde occasione per ricordare a ogni nostro governo che «il sistema fiscale dell’Italia non favorisce la crescita e l’efficienza dell’economia». Con altrettanta ostinazione, Commissione e Consiglio raccomandano da tempo misure finalizzate a trasferire il carico fiscale sul lavoro e sulla produzione verso imposte meno penalizzanti per la crescita, rispettando il principio della neutralità di bilancio.

L’Europa, quindi, continua a ripeterci che le tasse non sono tutte uguali. Belle o brutte che siano, alcune rappresentano inevitabilmente un ostacolo allo sviluppo, mentre altre offrono almeno il vantaggio di non appesantire i fattori produttivi.

Ma se guardiano all’ultimo decennio, nei cambiamenti della composizione del prelievo tributario è possibile intravedere una strategia finalizzata ad assecondare le esigenze di un’economia moderna?

Risposta complessa, ovviamente. L’ossatura del sistema fiscale ha cercato, per così dire, di parare i colpi di una crisi economico-finanziaria che giustamente è stata definita come la più profonda di sempre per il nostro Paese. Una lunga crisi dalla quale solo ora cominciamo a uscire ma dalla quale fatichiamo comunque a riprenderci. In questo contesto di grande depressione, è come se il sistema fiscale non sapesse bene quale direzione prendere e con la pesantissima responsabilità di continuare a garantire un adeguato afflusso di risorse nel bilancio dello Stato, nonostante gli andamenti congiunturali. Per avere un’idea, lo scorso anno, a consuntivo, il gettito di tasse e imposte in Italia ha superato i 516 miliardi di euro, al lordo di 44 di poste correttive, arrivati da tributi erariali veri e propri (451), tributi degli enti locali (56) e incassi da ruoli (9).

Come riesce, il Fisco, a tenere il passo di queste esigenze? Beh, lo fa come può, cercando di navigare tra i mari agitati delle fasi economiche. Se crollano i redditi, l’Irpef e l’Ires ne risentiranno certamente. Se i consumi arrancano, stessa sorte toccherà all’Iva. Ed ecco allora spuntare alcune “scialuppe”, sapientemente varate a turno tra le onde della congiuntura, che sebbene non abbiano potuto evitare la forte riduzione del gettito complessivo che si è vista in alcuni anni, ne hanno almeno limitato l’impatto.

Ed è esattamente quel che è successo: con i redditi in calo si è scelto di spingere l’acceleratore sulla tassazione dei patrimoni: gli immobili (tutt’ora) e il risparmio (tra il 2012 e il 2013) hanno dato grandi soddisfazioni all’Erario. Per inciso, la Ue continua a insistere sul prelievo immobiliare ignorando che in questi anni le tasse sul mattone sono praticamente raddoppiate, pur con l’esenzione della prima casa.

O ancora: si è deciso di ridurre i trasferimenti agli Enti locali e alle Regioni, lasciando alle autonomie il lavoro sporco di aumentare – almeno fino a quando è stato possibile farlo – le aliquote dei loro tributi.

Per i consumi, dove si è comunque portata al 22% l’aliquota Iva ordinaria, si è guardato ad alcuni comparti nei quali la composizione del prezzo finale di un bene è talmente complessa e soggetta a fluttuazioni internazionali da consentire quasi di “nascondere” gli aumenti delle aliquote del prelievo fiscale, come è accaduto per le accise sui carburanti, con un aumento della componente fiscale del 15% in un decennio, pur in presenza di una riduzione dei consumi del 19% tra il 2010 e il 2016 (fonte: Unione petrolifera). Oppure, si pensi a giochi e lotterie, con un gettito a +34% dal 2008 a oggi: è cresciuto il volume degli importi giocati, perché si sono moltiplicane le occasioni e i luoghi di gioco, ma è anche cresciuta la quota di “scommessa” che finisce allo Stato.

Insomma: in questi ultimi 10 anni non si vede una grande strategia fiscale. Anzi, il passato è la conferma di un sistema che deve fornire risposte sulla continua emergenza legata al gettito, un po’ come ha ricordato Massimo Miani, presidente dei commercialisti, solo pochi giorni fa. Ora, è ovvio che il gettito sia e debba essere la prima preoccupazione di ogni sistema fiscale. Quel che però si vuol dire è che si vedono ancora pochi tentativi, che pure in alcuni casi ci sono stati (gli incentivi su ammortamenti e Industria 4.0, per citarne un paio), di un uso intelligente e orientato alla crescita della leva fiscale. Proprio come insiste la Ue.

Su Irap e Ires, si dirà, sono state fatte scelte virtuose. Verissimo, ma non si può ignorare che la riduzione di queste imposte sia e sia stato (anche) l’effetto dell’arretramento delle attività economiche. Inoltre, le nostre aziende continuano ad essere penalizzate nel confronto internazionale, con un tax rate ben oltre il 60 per cento. Senza dire che comunque sul sistema produttivo, oltre a tributi erariali e locali di ogni tipo, pesano anche oltre 200 miliardi di euro di contribuiti sociali, in gran parte pagati proprio dalle imprese e dai loro lavoratori.

Un po’ di aiuto arriverà ora con gli sgravi della legge di Bilancio. Il che è positivo. Tuttavia, è innegabile che sul fronte fiscale, in chiave crescita, si sarebbe potuto fare molto di più, specie se i risparmi della spending review fossero stati in linea con quanto ci si era illusi di poter ottenere. Non dobbiamo scordare che persino le citatissime clausole di salvaguardia, con l’aumento delle aliquote Iva – congelate anche nel 2018 per un importo di 15,7 miliardi, ma che puntualmente si ripresenteranno per il 2019 – nascevano anni prima come garanzia nel caso in cui non si fossero realizzati i promessi tagli di spesa pubblica.

È comprensibile, e forse normale, che a qualche mese dalle elezioni si sia preferito evitare di affrontare la campagna elettorale con il fardello di aliquote Iva più salate. La cosa che però sorprende è che l’aumento dell’Iva sia ormai da tutti considerato ineluttabile: un destino già scritto per il prossimo futuro. Quasi che nessuno abbia il coraggio di dire che resta comunque aperta la via dei tagli agli sprechi e alla spesa pubblica improduttiva. Non dimentichiamolo. O almeno impegniamoci a non lamentarcene quando l’Iva aumenterà.

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