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Dagli economisti no all’Italexit e preoccupazioni sul deficit

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le reazioni all’appello

Dagli economisti no all’Italexit e preoccupazioni sul deficit

Carlo Cottarelli, Massimo Bordignon, Franco Bruni, Michele Bagella, ma anche Pier Carlo Padoan, Antonio Patuelli, Ernesto Auci, Giuseppe Pennisi, Alberto Pera. La lettera-appello degli otto economisti che chiedono di non rimettere in discussione l’euro «per la difesa del risparmio e del lavoro degli italiani» raccoglie adesioni trasversali nell’accademia, ma anche nella politica e nelle professioni.

Adesioni animate da un filo rosso comune: archiviare nel dibattito pubblico il fantasma dell’Italexit è un passo indispensabile per far scendere la febbre dei mercati intorno al debito italiano. Ma la mossa, necessaria, da sola non è sufficiente: deve essere la premessa di atti conseguenti.

Ragiona per esempio Carlo Cottarelli, presidente del Consiglio incaricato nel momento più delicato della crisi istituzionale che ha preceduto la formazione del governo Conte: «Spiegare chiaramente che si ha intenzione di rimanere nell’euro è fondamentale, ma l’obiettivo di tranquillizzare gli investitori internazionali sulle sorti dei nostri titoli si raggiunge con la riduzione del deficit pubblico. Se non si prosegue con decisione su questa strada i mercati continueranno a pensare che la soluzione sul debito possa passare dall’uscita dall’euro e da una conseguente botta inflazionistica».

La riflessione è nei radar anche del ministro dell’Economia Giovanni Tria, che ancora ieri ha sostenuto la necessità del consolidamento dei conti «per rassicurare i mercati prima ancora che per rispettare le regole europee, che pure sono importanti». E il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha rilanciato l’esigenza di «continuare a mettere in atto riforme organiche e politiche di bilancio equilibrate, necessarie per conservare la fiducia delle famiglie, delle imprese e degli investitori». Le incognite riguardano però proprio i numeri del percorso di consolidamento, in particolare sugli obiettivi di deficit strutturale che secondo i programmi di Via XX Settembre non può essere aumentato, ma nemmeno diminuito troppo per evitare politiche troppo pro-cicliche in un momento in cui il quadro congiunturale moltiplica i segnali di rallentamento. «Mantenere il deficit ai livelli attuali è pericoloso – sostiene l’ex commissario alla spending review – perché porterebbe a una riduzione troppo modesta del debito pubblico e lascerebbe il Paese esposto a eventuali shock esterni». La ricetta governativa passa dalla spinta “endogena” alla crescita, che secondo Cottarelli va prodotta «anche con alcune delle misure che ci sono nel contratto di governo, dal taglio alla burocrazia per le imprese alla lotta alla corruzione, dalla riduzione dei tempi della giustizia civile alla riduzione, finanziata, della pressione fiscale». Gli investimenti aiutano, ma non giustificano un aumento del deficit: «Keynes sosteneva che in certi periodi è necessario fare investimenti pubblici per rilanciare l’economia e accettare un aumento del debito, ma non che la crescita tramite investimenti si ripaga al punto da ridurre il peso del passivo».

All’interno di governo e maggioranza, il tema continua ad animare discussioni che non si chiudono in una posizione unitaria. «Tria sta facendo un ottimo lavoro - riflette per esempio Pier Carlo Padoan, che l’ha preceduto nelle stanze di Via XX Settembre - ma i mercati si aspettano che tutti i membri del governo lo facciano. Ci sono analisi internazionali che mostrano come lo spread attuale intorno ai 240 punti base incorpori un elemento di rischio di ridenominazione aggiuntivo al rischio sovrano ordinario. E finché un ministro come Paolo Savona continua a parlare di piano B il rischio non è superato». Un “piano B”, peraltro, che è tornato a risuonare in un’audizione in cui Savona ha rilanciato la richiesta di «pieni poteri alla Bce sui cambi» e di passi «spediti verso l’unione politica».

All’atto pratico, almeno in termini di calendario, quella sulla moneta è prima di tutto una discussione sulle scelte immediate di politica economica. E «in questo momento - sostiene Massimo Bordignon, economista della Cattolica, membro dell’European Fiscal Board presso la commissione europea - meno flessibilità chiediamo e meglio è. L’argomento sostenuto da Tria, secondo cui gli spazi fiscali devono servire a rilanciare gli investimenti riducendo nel contempo la spesa corrente, è senza dubbio più accettabile, ma va accompagnato con comportamenti coerenti. Senza dimenticare che per rilanciare la spesa in conto capitale, soprattutto nelle amministrazioni locali, più che di risorse c’è bisogno di capacità di usarle».

E il collegamento stretto fra moneta e politica economica torna nelle riflessioni degli economisti critici, verso l’Eurozona e verso l’appello. «Siamo stati fermi abbastanza e abbiamo riflettuto anche troppo - sostiene per esempio Gustavo Piga - con il risultato di veder crescere maggioranze anti-europee. Per salvare l’euro dobbiamo uccidere il fiscal compact, e per salvare l’Europa da se stessa dobbiamo rimetterla in discussione e dare alla politica monetaria e fiscale la possibilità di essere usata nei momenti di difficoltà».

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