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Nuove disuguaglianze

branko milanovic

Nuove disuguaglianze

Squilibri. Nusret Pašić, «Untitled», Acrilico su tela, 2013. Imago Mundi | Luciano Benetton Collection «Currents of water and art: Contemporary Artists from Bosnia and Herzegovina»
Squilibri. Nusret Pašić, «Untitled», Acrilico su tela, 2013. Imago Mundi | Luciano Benetton Collection «Currents of water and art: Contemporary Artists from Bosnia and Herzegovina»

«Studiare la disuguaglianza globale non significa altro che studiare la storia economica del mondo» (p.12). È un’affermazione forse eccessiva – ci sono vicende storiche, anche economiche, con cause ed effetti non riconducibili alla disuguaglianza – ma indubbiamente la distribuzione delle dotazioni di reddito, ricchezza, capitale umano, salute interseca gran parte delle grandi questioni che oggi interessano: crescita e declino delle nazioni, commercio internazionale, tecnologia, migrazioni, accumulazione, investimenti, finanza, politiche sociali, economiche e fiscali. L’avere racchiuso tutto questo in una splendida sintesi di sole 250 pagine è un altro grande merito di Branko Milanovic, uno dei massimi studiosi della disuguaglianza globale, accanto a Deaton, Lindert, Williamson, Piketty e Atkinson, recentemente scomparso.

Una dozzina di anni fa, presentando a una delle maggiori università americane un lavoro sulla dinamica secolare della distribuzione del reddito in Italia (scritto con Nicola Rossi e Giovanni Vecchi), ho raccolto la seguente reazione: «Ottimo lavoro ma la distribuzione interessa a nessuno». Era allora un tema di nicchia, per pochi specialisti. Non interessava la maggioranza degli economisti, degli opinionisti, dei politici. Gli stessi studiosi dell’integrazione dell’economia mondiale della «seconda globalizzazione» prestavano poca attenzione a chi, avendo lavorato sulla «prima», ricordava come, allora, i movimenti internazionali di merci, persone e capitali avevano certamente accelerato lo sviluppo ma contemporaneamente prodotto mutamenti nella distribuzione del reddito tra Paesi e persone tanto forti da provocare, ben prima del tragico agosto 1914, violente reazioni contro la globalizzazione stessa. Oggi invece pochi dubitano che, come la prima, anche la nostra «seconda globalizzazione», iniziata abbastanza in sordina negli anni Ottanta ed esplosa a fine secolo, abbia drasticamente cambiato, insieme alla tecnologia della quarta rivoluzione industriale, le tendenze redistributive in atto dall’inizio del Novecento. Il problema è che, anche attorno a questa fondamentale questione della nostra epoca, fioriscono “notizie false” e proposte politiche semplicistiche. Il lavoro di Milanovic ne è un forte antidoto.

A grandi linee, i fatti sono abbastanza noti, anche grazie a precedenti lavori dello stesso Milanovic (per esempio Worlds apart del 2005). A livello mondiale, la disuguaglianza nel reddito tra Paesi (ponderati con la loro popolazione) si è considerevolmente ridotta. Ciò è dovuto alla crescita di Cina, India e altri grandi economie emergenti, che è stata molto più rapida di quella del mondo sviluppato. Questa “convergenza”, una vera e propria rivoluzione dopo mezzo millennio di “divergenza” tra Europa e resto del mondo, ha sollevato dalla povertà, per la prima volta nella storia, miliardi di persone: un evento straordinario, se visto nella prospettiva pluri-millenaria della vicenda umana. All’interno dei Paesi, soprattutto occidentali, si è invece verificata la tendenza opposta: la diminuzione delle disuguaglianze che aveva caratterizzato gran parte del Novecento ha subito un’inversione. All’interno dei Paesi, il reddito è oggi meno equamente distribuito che nel 1980, anche se siamo lontani dalla disuguaglianza esistente all’inizio del Novecento.

I “perdenti” (in senso relativo) nella distribuzione globale del reddito sono le classi medie dei Paesi cosiddetti sviluppati che hanno visto ridurre la distanza tra il proprio reddito e quello delle classi medie dei Paesi emergenti e aumentare quella che li separa dai super ricchi di tutto il mondo. Questo fenomeno è sintetizzato da Milanovic nell’ormai famoso «grafico dell’elefante».

L’ultima parte del libro di Milanovic è dedicata al futuro delle disuguaglianze di reddito, le cui cause principali sono la globalizzazione e il nuovo paradigma tecnologico. Perché la disuguaglianza globale si riduca nei prossimi vent’anni, dovranno verificarsi una serie di condizioni. La crescita globale, grande meccanismo di uguaglianza, dovrà trovare nuovi motori in Asia e in Africa a mano a mano che la Cina rallenterà la propria crescita. I Paesi ricchi dovranno rompere il nesso tra «nascere bene e aver fortuna nella vita» (p.200). Welfare state e fisco hanno un ruolo importante nel ridurre le disuguaglianze che si formano nel mercato, prima del pagamento delle tasse, ma almeno altrettanto importante è la riduzione nella disuguaglianza delle «dotazioni», con «una proprietà più diffusa del capitale e una distribuzione più uguale dell’istruzione» (p.205). Manca, avverte giustamente Milanovic, per lavoro e migrazioni, un embrione di governance globale come quella che esiste per affrontare altri problemi (sviluppo, sanità, commercio etc.) a dimensione internazionale. Le pari opportunità, in senso lato, si tutelano sempre meno a livello statale, vanno perseguite globalmente.

Ciascuno di questi temi, e di altri che Milanovic individua come cruciali per il futuro dell’umanità, merita studi approfonditi e politiche efficaci. Purtroppo il discorso sociale e politico nei nostri Paesi, benché oggi più attento alle questioni distributive, le tratta ancora in modo superficiale. Il populismo, che pure in Occidente trae parte della propria forza dalla disuguaglianza, non va oltre la manifestazione di insofferenze, spesso giustificate. Purtroppo non produce soluzioni, anzi – per le sue inevitabili tendenze al sovranismo, al breve andare, all’iper-semplificazione delle cause e delle soluzioni – rende più difficile il trovarle. Il populismo potrebbe rivelarsi utile, come una febbre che segnala la presenza del male. Ma perché lo sia, le cosiddette élites, dovrebbero essere capaci di ascoltarne le motivazioni più profonde per poi elaborare soluzioni tecniche, politiche e istituzionali che attenuino i costi sociali della globalizzazione e delle nuove tecnologie senza perderne i grandi benefici. Il rischio è che la distribuzione della ricchezza, assai più sperequata di quella del reddito, produca, come pare sia successo negli Stati Uniti, esiti elettorali fortemente tinti di populismo, fatti apposta perché non vengano cercate soluzioni efficaci alle cause e agli effetti delle nuove sperequazioni sociali.

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