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Dossier | N. 6 articoliLa Prima della Scala

Andrea Chénier, la cura dei dettagli nelle scenografie di Margherita Palli

(Reuters)
(Reuters)

«La scenografia di questo Andrea Chénier nasce dall'intesa con Mario Martone, per cui alla Scala avevo già realizzato la scena de La cena delle beffe, sempre di Giordano. Martone ha fatto una scelta drammaturgica chiara a favore della massima fluidità del racconto, per cui non ci sono pause e il palcoscenico ospita un girevole, una sorta di carillon che non solo permette una grande rapidità nei cambi scena ma addirittura di eliminare le interruzioni tra il primo e il secondo e il secondo e il terzo atto». A raccontare “segreti” e chiavi di lettura delle scenografie dell’opera, filologicamente particolarmente accurate, è colei che le ha in carico, Margherita Palli, che spiega come si sia trattato di «una scelta che mette a dura prova gli artisti che talvolta devono cambiarsi molto rapidamente ma che rende quasi cinematografico lo svolgersi della vicenda.

E ancora, «Martone aveva già affrontato il tema della Rivoluzione francese ne La morte di Danton di Büchner e in questo spettacolo ritroviamo alcuni degli oggetti di scena: una sedia a rotelle ricostruita copiando quella appartenuta al rivoluzionario Georges Couthon e oggi conservata al Musée Carnavalet, e la stessa ghigliottina, già vista anche nel film di Martone “Noi credevamo”».

«Dal Carnavalet - lo splendido museo nel Marais parigino, preferito da Italo Calvino, prosegue la Palli - viene anche il ritratto di Marat che vediamo nel secondo quadro. L'impianto scenico è appunto costituito da un girevole sul quale campeggiano alcuni elementi architettonici che si stagliano su un fondo nero. Il primo quadro, il palazzo dei conti di Coigny, è un rococò ricco di dorature e di specchi, ingombro di mobili e statue. Già dal secondo siamo a Parigi, in una Parigi riconoscibile che da molti punti di vista è ancora oggi la stessa.

Troviamo il Café Procope, ma abbiamo ricostruito anche il Pont-Neuf, il primo ponte in pietra della città prima della Rivoluzione, riproducendo con fedeltà i mascheroni originali. Sono elementi architettonici realistici, creati con grande attenzione ai dettagli a cominciare dal colore della pietra di Parigi, ma anche essenziali, astratti».

«Ho voluto segnare il passaggio dall'Ancien régime alla Rivoluzone con il passaggio dall'opulenza delle dorature alla semplicità della pietra e a uno stile architettonico spoglio che allude agli architetti cosiddetti rivoluzionari come Étienne-Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux» conclude la scenografa.

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