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Chiese e architettura, un connubio che non incanta più

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Chiese e architettura, un connubio che non incanta più

Cosa si può dire delle chiese costruite oggi? La risposta è facile: tranne alcune rarissime eccezioni non sembrano luoghi sacri. Ricordano garage, capannoni, sale d'attesa. I soffitti nudi, che hanno sostituito le volte affrescate, fanno pensare all'inquilino del piano superiore più che al Padreterno.
Difficile pregare in un ambiente simile. Sembra un “nonluogo” di Marc Augé, qualcosa che è parente degli aeroporti o dei supermercati o delle aree di rifornimento. Già, “nonluogo”: è quello spazio che ha migliaia di altri uguali in ogni parte del mondo e mai riesce a essere identitario. Impossibile sentire il desiderio di recarvisi in pellegrinaggio. E chi andrebbe a sciogliere voti in un autogrill sull'autostrada?

Angelo Crespi, che sa d'arte contemporanea e non soltanto, con un libro documentato che strizza l'occhio al libello, denuncia questo malessere creato dall'architettura (e dalla Chiesa) d'oggi. Si intitola “Costruito da dio” (Johan & Levi Editore, pp. 140, euro 11) e il sottotitolo riassume la tesi del saggio: “Perché le chiese contemporanee sono brutte e i musei sono diventati le nuove cattedrali”.

Brutte, in realtà, è un aggettivo mansueto; dovremmo scrivere orribili. Di contro, ecco che si va in pellegrinaggio al Guggenheim di Bilbao o alla Tate Modern di Londra, dove si medita con le opere d'arte. Un tempo ci si recava a Chartres o nei santuari mariani sorti al tempo della Controriforma, nelle fascinose cattedrali, ma oggi chi organizzerebbe un viaggio, con relative spese, per pregare in un capannone che non si differenzia particolarmente da quello dove si stoccano le merci?

Crespi cerca le radici di codesta tendenza, che lascerà ai posteri il retrogusto amaro della nostra spiritualità. Dedica un capitolo alle idee architettoniche di Carlo Borromeo riguardanti le chiese. Si prova stupore leggendo che il santo, mezzo millennio fa, si preoccupava di tutti i dettagli, persino del pavimento che indicava di marmo, lavorato a intarsio o mosaico; financo delle porte che non dovevano essere arcuate superiormente perché si distinguessero da quelle civili. Per il tabernacolo scelse preziosi materiali e colori; purtroppo la Cei offre oggi scarne indicazioni in materia, che Crespi riporta a pagina 35, e che dimostrano la distanza tra le due concezioni.

Qualcuno dirà che i tempi sono cambiati e che ora gli edifici di culto devono rispondere ad altri ideali. E qualche ottimista aggiunge che la fede sarà comunque conservata grazie a quanto si fece in passato, in ambienti pensati per adorare Dio. Forse è il caso di ricordare che anche la musica, essenziale per la liturgia millenaria della Chiesa, è ridotta maluccio. Peggio dell'architettura? La differenza tra una messa di Palestrina o Haydn o un canto gregoriano e quei poveri ballabili che accompagnano le funzioni odierne, potrebbe ispirare un altro libello. Ancora più feroce di quello di Angelo Crespi. Il quale, comunque, non dimentica talune gentilezze. Pur indicando le coordinate del disastro.

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