Domenica

Discesa agli inferi a Brescello

“va pensiero” di Marco Martinelli in scena al Teatro elfo puccini a Milano

Discesa agli inferi a Brescello

«Va Pensiero» di Marco Martinelli
«Va Pensiero» di Marco Martinelli


Come definire Va pensiero, il nuovo spettacolo del Teatro delle Albe che dopo il debutto dello scorso novembre al Teatro Storchi di Modena è ora approdato all’Elfo Puccini di Milano? Come individuare, in questo lavoro così denso e complesso, una chiave univoca che ne circoscriva il teritorio senza apparire limitante? Il testo di Marco Martinelli tratta in primo luogo delle infiltrazioni mafiose nei comuni del Nord, in questo caso precisamente della natia Romagna, ma anche della corruzione politica in senso lato, del venir meno della possibilità di riconoscersi negli ideali dei vecchi partiti, del declino complessivo del costume nazionale. L’autore-regista mescola questi elementi in un magma inestricabile che fa un tutt’uno con la nostra vita collettiva.
Va pensiero è probabilmente uno spettacolo imperfetto, debordante, “impuro” secondo un’ accezione cara allo stesso Martinelli, tanto quanto la precedente proposta della compagnia, Maryam, era basata su un’assoluta compiutezza formale. Lo spazio scenico è spoglio, una pedana posta al centro del palco, delle immagini astratte proiettate su un sipario, pochi arredi dimessi introdotti all’occorrenza: è chiara la scelta di rinunciare a qualunque abbellimento estetico per immergere le mani fino in fondo nella materia bruta di una rovente realtà quotidiana. La carne al fuoco è tanta, a volte fin troppa, ma si tratta di uno dei più importanti tentativi di questi anni di cogliere il tempo che stiamo attraversando, forse del primo vero dramma scritto oggi sull’Italia di oggi.
Il testo parte da una storia vera, quella di un vigile urbano di Brescello - presente in sala alla “prima” milanese - che dato il suo ruolo, e lo scrupolo con cui lo svolge, viene inevitabilmente a contatto con alcuni loschi affari gestiti dalla malavita organizzata calabrese in combutta col sindaco e con vari ambigui figuri. Corrispondente locale, per passione e impegno civile, di un grande quotidiano nazionale, denuncia i loro misfatti nonostante le pressioni e le minacce, e preferisce perdere il posto di lavoro piuttosto che piegarsi al malaffare. Solo dodici anni dopo otterrà giustizia e verrà reintegrato nel suo incarico, quando alcuni dei colpevoli avranno pagato per i loro intrighi, e altri ne avranno tratto addirittura dei vantaggi.
La trama principale riguarda un massiccio acquisto di terreni agricoli da rivendere a caro prezzo all’Ansaldo per costruirvi una centrale elettrica sull’argine, ricavandone lucrosi introiti personali. Ma c’è anche un problema di rifiuti tossici gettati nel fiume provocando tumori agli abitanti. C’è il “pizzo” richiesto, pistole alla mano, ai gestori della gelateria sulla piazza, nell’indifferenza generale. C’è un sordido addetto stampa del Comune che progetta la festa patronale immaginandone una versione felliniana con la ricostruzione della Fontana di Trevi e un falso Mastroianni immerso fra veline seminude, un progetto in cui prova a coinvolgere truffaldinamente anche Mediaset, facendone lo specchio di tutte le volgarità, di tutte le cadute di gusto e di tutta la decadenza culturale del Paese.
Insomma, un affresco vasto e ambizioso di ciò che siamo, costruito con un’asciuttezza rigorosamente brechtiana, didascalie luminose che annunciano il tema delle varie scene, piccoli cori dei personaggi che riassumono e commentano ciò che accade. Non manca un’agghiacciante galleria dei boss che dal ’56 in poi sono stati inviati al soggiorno obbligato in varie località della regione, avvelenandone il clima, da Tano Badalamenti a Francesco Schiavone detto Sandokan. Il tono è ispirato a una sorta di gelida oggettività, al distacco con cui si guarda a una oscena fauna umana evocata in tutti i suoi vizi ma in fondo senza forzature moralistiche, quasi che la caduta di ogni tensione etica fosse ormai tanto palese da rendere persino superfluo il bisogno di giudicarla.
L’andamento didascalico è interrotto di tanto in tanto dagli interventi di un vero coro, gli Harmonici di Bergamo, che in uno struggente contrasto intonano intense arie verdiane, e da spezzoni onirici, soprattutto apparizioni notturne mascherate che si presentano alla coscienza della “zarina”, potente sindaco della cittadina, complice dei profittatori, ma in un suo modo stranamente sfuggente e contraddittorio. Figlia di un precedente sindaco stalinista, schiacciata, a quanto si capisce, dall’autorità paterna, lei non incarna il tramonto di una fede ideologica nella quale non ha mai creduto, ma una desolante assenza di valori. Come si evince dall’incalzante monologo pronunciato dalla solita, grandissima Ermanna Montanari, che la interpreta, non agisce neppure per interesse economico, ma per una totale sfiducia nelle leggi, per una mancanza di principi che sembra voler estendere al pubblico tentando di trasformarla nella cifra interiore della nostra comune esistenza attuale.
Contrapposti a questo cinismo eretto a sistema ci sono un paio di bellisssimi cori nei quali echeggia la nostalgia per un’altra Romagna arcaica e contadina, quella Romagna in parte vera e in parte sognata che è lo sfondo abituale del teatro di Martinelli e della Montanari, una terra del cuore perduta e costantemente ricercata: «Uno adesso dice: / Fratello, perché mi racconti questa storia? / Perché sì, rispondo io/ Perché in quella fetta di terra / che ci ha messo al mondo / dove un tempo anche i cani avevano l’anima / e i crocefissi parlavano / possono succedere cose / che succedono anche da altre parti», afferma il vigile a un certo punto. E nell’erba alta di un campo proiettato compaiono, come fantasmi, gli agricoltori che a mezzanotte, al suono di una tromba, raggiungevano gli argini e «lavoravano come giganti / per strappare alle canne e al fango / le terre sterminate / per farle buone / coltivabili / per sconfiggere la fame / per far crescere peschi e ciliegi».
Su questo materiale, credo, ci sarà da lavorare ancora, da limare, da trovare altri equilibri e assestamenti. Alla fine, però, quando l’intera schiera dei coristi e degli attori - come nominarli tutti? Ricordiamo almeno Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Ernesto Orrico, Alessandro Renda, Salvatore Caruso e Tonia Garante - si schiera in proscenio e comincia a cantare «Va pensiero», quelle tre ore così piene di accadimenti, di sentimenti, di sgradevoli richiami a quello che per tanti aspetti è il nostro presente si sciolgono in un contatto di partecipazione liberatoria, ci confermano l’impressione di aver compiuto una discesa agli inferi faticosa, esorbitante ma necessaria e in qualche modo addirittura inevitabile.
«Va pensiero» di Marco Martinelli. Ideazione e regia di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. Milano, Teatro Elfo Puccini, fino al 14 gennaio. Poi in tournée

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