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Lutero e il macigno della successione apostolica

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Lutero e il macigno della successione apostolica

Lo scorso anno si è molto parlato di Martin Lutero. Innanzitutto ricorrevano i 500 anni dell'affissione delle 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, riguardanti il potere delle indulgenze. L'attuale pontefice e, in seguito, alcuni prelati appartenenti alle alte gerarchie della Chiesa Cattolica, si sono espressi favorevolmente nei confronti del riformatore.
Non era mai successo, anche perché l'ex frate agostiniano, che morirà nel 1546, venne fulminato da scomunica nel gennaio 1521, da papa Leone X, con la bolla “Decet Romanum Pontificem“. Inoltre la sua figura è stata continuamente oggetto di critiche nel mondo cattolico, anche se si sono attenuate dopo il Concilio Vaticano II.

Probabilmente i rapporti tra le Chiese stanno migliorando, anche se cattolici ed evangelici conservano notevoli differenze; e non su questioni marginali. La prima che viene alla mente, riguarda la successione apostolica. Per la Chiesa Romana è una sorta di “discendenza” dei vescovi dagli apostoli attraverso la genealogia episcopale, il Papa si considera il vicario di Cristo, che succede ad altrettanti pontefici, ininterrottamente dal tempo di Gesù; per i seguaci di Lutero e della Riforma, essa è soltanto un collegamento ideale con il mondo apostolico, e il vero riferimento è la Scrittura.

Dal gran polverone delle comunicazioni dell'anniversario trascorso, è il caso di evidenziare che la casa editrice Claudiana sta pubblicando una raccolta di “Opere scelte” di Lutero (collana diretta da Paolo Ricca), giunta al sedicesimo volume. Da poco è stato riproposto in una nuova edizione il sesto, ovvero “Il servo arbitrio”, libro che contiene una risposta a Erasmo da Rotterdam (Claudiana, pp. 776, euro 49). Il testo, ora arricchito anche con l'originale latino tradotto da Marco Sbrozi, è stato curato da Fiorella De Michelis Pintacuda, docente di storia della filosofia a Pavia, scomparsa nel 2008.

Quello che Lutero nega ne “Il servo arbitrio” è la capacità dell'uomo di concorrere alla propria salvezza. La buona novella che è stata annunciata dal vangelo è, per il riformatore, così riassumibile: l'essere umano non deve salvarsi, ma è già salvato. In sostanza, dinanzi a Dio ognuno di noi non prova la propria libertà, bensì quella di Dio; e Dio la giustifica per grazia mediante la fede. Scrive Lutero: “Dio quindi deve essere lasciato nella sua maestà e nella sua natura; in questo senso noi non abbiamo nulla a che fare con lui, né egli ha voluto che ne avessimo”. Soltanto attraverso la sua Parola, che è seguita all'incarnazione e con la quale si è presentato, “noi abbiamo a che fare con lui”. A Erasmo che sosteneva come il libero arbitrio rimanesse un privilegio dell'uomo, Lutero ribatte i concetti ricordati. E a nulla sarebbero servite le opere, la carità e nemmeno la mediazione della Chiesa. Ovvero sacramenti, indulgenze e altro.

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