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Banche centrali pronte a studiare nuovi modi di comunicare

la sfida

Banche centrali pronte a studiare nuovi modi di comunicare

Le grandi banche centrali si avviano, a velocità diverse, alla normalizzazione della politica monetaria dopo le misure straordinarie prese durante e dopo la crisi finanziaria.

Ma le stesse banche centrali si trovano ora alle prese con il delicato problema di comunicare quando e come lo faranno. Un problema di non facile soluzione per una categoria, quella dei banchieri centrali, fino a non molti anni fa abituata a operare nella quasi completa segretezza. Ha ricordato il presidente della Federal Reserve di Chicago, Charles Evans, una delle “colombe” del consiglio della Fed, che fino al 1994 la banca centrale americana non comunicava nient’altro che l’ora di chiusura delle riunioni.

Ieri a Francoforte, si sono trovati sullo stesso palco per discutere di comunicazione e trasparenza i capi delle quattro banche centrali più potenti del mondo, il padrone di casa Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, la presidente della Fed, Janet Yellen, il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, e quello della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda. Un fatto di per sé eccezionale, al di fuori degli incontri ufficiali a porte chiuse, e un segno della nuova era del central banking, in cui la comunicazione è diventata un’arma in più a disposizione dei banchieri centrali. Draghi, la cui frase «Whatever it takes», è diventata l’esempio della forza della parola, lo ha detto esplicitamente: «Le indicazioni prospettiche che forniamo, la forward guidance - ha detto - sono diventate uno strumento a pieno titolo della politica monetaria. Ed è un grande successo. L’importanza della forward guidance è anzi aumentata in una situazione in cui i tassi d’interesse sono sulla loro soglia minima». Il caso di «Whatever it takes», l’affermazione che la Bce era pronta a fare tutto il necessario, nei limiti del suo mandato, per salvare l’euro, è un esempio, secondo Draghi, di come le indicazioni della guidance possono avere un effetto stabilizzante. Ora la Bce sta usando la propria forward guidance per instradare le aspettative dei mercati verso la futura riduzione, per adesso molto graduale, dello stimolo monetario. Il presidente della Bce ha colto anche l’occasione per dare una stoccata ai suoi critici dalla stampa in Germania e in Italia, i primi sullo stimolo monetario, i secondi sulla vigilanza bancaria. «Non darei troppa importanza a queste critiche che vengono da una minoranza. In alcuni Paesi, certi giornali sono protetti dallo scrutinio internazionale perché usano la lingua nazionale e mandano sempre lo stesso messaggio a prescindere dalla realtà, che viene dipinta di un colore, mentre è di un altro colore. A quello che diciamo devono esserci orecchie disposte ad ascoltare. Ma è una ragione per fare ancora di più».

Nel Gotha dei banchieri centrali, convenuto a Francoforte dalla responsabile della comunicazione della Bce, Christine Graeff, è toccato a Janet Yellen - che, nonostante gli eccellenti risultati ottenuti, nel febbraio prossimo, per decisione del presidente Usa, Donald Trump, verrà sostituita da Jerome Powell - pronunciare una sorta di mea culpa. Nel maggio 2013, quando alla testa della Fed c’era Ben Bernanke, la Fed provocò il cosiddetto “taper tantrum”, una severa turbolenza di mercato, «forse per ragioni di timing», nel preannunciare la stretta monetaria, nonostante, ricorda ora Yellen, proprio quella fosse l’aspettativa della maggioranza degli osservatori. Una lezione che è stata appresa: ora che si prepara a ridurre le dimensioni del proprio bilancio, la Fed ha predisposto la mossa comunicandola con un anticipo di mesi. In ogni caso, la guidance della banca centrale (sulla quale il suo ex vice, Stan Fischer, aveva espresso qualche scetticismo) deve essere sempre condizionata alle prospettive dell’economia, tenendo conto quindi dell’incertezza. Intanto, il fatto che il tasso d’interesse “naturale” si sia probabilmente abbassato, significa che il rialzo dei tassi decretato dalla banca centrale con la normalizzazione potrebbe fermarsi a un livello più basso di quanto non sia avvenuto storicamente.

Per Mark Carney, a volte accusato di mandare messaggi contrastanti (è stato definito da uno dei suoi critici “il fidanzato infedele”), l’importante è non dimenticare che ancora prima che ai mercati, i banchieri centrali devono comunicare «alla gente che siamo chiamati a servire». A sua volta, Carney è alle prese con la comunicazione degli effetti di Brexit, sui quali l’incertezza è totale. Nel mirino dei politici pro-Brexit, si è limitato a dire ieri di aspettarsi «un ragionevole periodo di transizione». Kuroda ha fatto appello alla necessità di mandare messaggi più semplici, soprattutto al grande pubblico.

Dal canto suo, il capo economista della Banca dei regolamenti internazionali, la “banca centrale delle banche centrali”, Hyun Song Shin, ha osservato che ci sono pericoli anche nella «prevedibilità e gradualismo», in quanto i mercati possono essere indotti a prendere posizioni eccessivamente rischiose.

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