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Il monito lanciato dai mercati obbligazionari

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Il monito lanciato dai mercati obbligazionari

Il panico improvviso scoppiato ieri sui mercati obbligazionari globali, che ha causato un brusco rialzo dei rendimenti, dimostra quanto sia fragile l’equilibrio che li sostiene. È bastato infatti che la Banca centrale del Giappone annunciasse acquisti inferiori alle attese di titoli di Stato, per far scattare un effetto domino globale.

Nel momento in cui la Fed Usa alza i tassi, in cui la Bce depotenzia la politica ultraespansiva, in cui la Bank of England aumenta lievemente il costo del denaro - si pensa sul mercato -, se anche la Banca del Giappone riduce gli stimoli significa che la festa del denaro facile globale sta davvero finendo. L’istituto centrale nipponico è infatti rimasto l’ultimo grande «liquidity provider» del mondo: se la liquidità inizia a scarseggiare anche dall’estremo Oriente - questo è il timore - allora il pilastro che per anni ha sostenuto i mercati finanziari è destinato a indebolirsi. Come se venisse meno la colonna portante di un palazzo.

Non importa se la Banca centrale giapponese abbia subito smentito l’intenzione di ridurre gli stimoli monetari. O se, magari già oggi, il mercato dovesse rimbalzare. Quello che conta è il messaggio: ieri abbiamo appreso che basta un inaspettato battito d’ali di una farfalla in Giappone, o chissà dove, per creare un mini-terremoto globale. Questo perché i mercati finanziari (inclusi quelli azionari) sono appesi a un filo sottilissimo: alla convinzione collettiva che l’economia globale cresca ma non troppo, che l’inflazione globale cresca ma non troppo e che le banche centrali globali riducano gli stimoli ma non troppo. E che la volatilità sia ormai sparita. In effetti tutti i dati macroeconomici confermano questo scenario roseo. Il problema è che pochi investitori sono preparati all’eventualità che il 2018 possa essere almeno un po’ diverso da questa narrazione dominante. Basta quindi che da una banca centrale arrivi un messaggio inatteso, anche involontario come ieri, che trema tutto.

Questo perché i mercati obbligazionari, dopo anni di rally, sfidano ormai le leggi della fisica oltre a quelle dell’economia. Non è normale che i rendimenti reali dei titoli di Stato in quasi tutto il mondo siano sottozero, quando l’economia globale cresce e le banche centrali alzano i tassi. Non è normale che i rendimenti delle obbligazioni «spazzatura» europee (quelle emesse da aziende poco affidabili) paghino agli investitori rendimenti inferiori a quelli dei sicuri titoli di Stato Usa. Come i bond della Grecia. Tutte queste forzature sono rese possibili dalla quantità eccezionale di liquidità pompata sui mercati dalle banche centrali e dal fatto che i tassi sono bassi da troppo tempo: gli investitori per anni hanno avuto un tale bisogno di trovare rendimenti appetibili, che sono stati disposti a comprare qualunque cosa. Ma se la liquidità venisse meno (cosa che sta accadendo) e i tassi salissero in maniera inaspettata, allora anche le forzature potrebbero venire meno. Appena accade qualche cosa di inatteso, scattano dunque le vendite compulsive. Aumentate dai meccanismi automatici che ormai dominano i mercati.

Il punto è capire con quale virulenza questo possa accadere. Tra gli addetti ai lavori prevale il pensiero che sul mercato obbligazionario ci siano comunque forze strutturali che tengono bassi i rendimenti obbligazionari, come l’invecchiamento della popolazione o la rivoluzione tecnologia. Tanti pensano che il mondo si trovi in una “nuova normalità”: ci potrà dunque essere uno storno, un po’ di volatilità, ma nulla di più. Può darsi. Però questa convinzione collettiva è proprio parte del problema: ne sono tutti così convinti che nessuno - testimoniano i gestori stessi dei grandi fondi - è preparato se la situazione dovesse cambiare inaspettatamente. Per esempio se la volatilità aumentasse: calcola Alberto Gallo di Algebris che nel mondo ci siano 2mila miliardi di patrimoni gestiti con strategie dipendenti dalla stabile volatilità. «Se aumentasse improvvisamente - osserva un altro gestore - il mercato sarebbe preso in contropiede». E i rischi maggiori sono proprio in Europa e Asia, dove i rendimenti dei bond sono ancora molto bassi.

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