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Tra le blue chip europee primi stop al «trading oscuro»

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Tra le blue chip europee primi stop al «trading oscuro»

(Marka)
(Marka)

La City di Londra è tra le più coinvolte. Secondo Bloomberg circa 320 strumenti finanziari quotati in Gran Bretagna (ad esempio Hsbc e Unilever) da oggi, e per i prossimi sei mesi, non dovranno essere più negoziati nelle cosiddette “dark pools”. Gli stessi gestori abituati al trading “oscuro” in Francia e Svezia, dove su oltre 60 titoli di società è caduto il medesimo divieto, saranno costretti ad affrontare la novità. Analogamente, seppure in maniera più limitata, agli operatori “dark” italiani.

A fronte di un simile contesto il signor Rossi ovviamente domanda: c’è il rischio di affrontare una maggiore volatilità sui titoli stessi? Per rispondere alla domanda bisogna, dapprima, ricordare in cosa consistono le “dark pools” e che cosa ha previsto la nuova normativa MiFid2.

Orbene: le “piscine oscure” sono delle piattaforme telematiche dove l’investitore nuota in una liquidità elettronica senza permettere al resto del mercato di sapere chi compra e chi vende. La loro finalità, in teoria, è di consentire all’operatore di fare trading su singole grandi quantità di titoli senza impattarne la quotazione. Cioè: di realizzare le cosiddette “grandi spezzature”, evitando di muovere il mercato. Sennonché le “dark pools” sono finite al centro di mille polemiche. Queste piattaforme, proprio perchè autorizzate ad importanti deroghe nella pubblicità sulle negoziazioni, possono essere sfruttate dagli investitori per scopi scorretti. Non è un caso, ad esempio, che nelle “piscine oscure” si siano spesso mossi i flash trader piuttosto che i “tranquilli” fondi di gestione.

Di qui l’intervento della MiFid2. La direttiva ha posto dei tetti massimi ai volumi di contrattazione all’oscuro. Vale a dire: gli scambi complessivi mensili di un titolo, su tutte le “dark pools” europee, non devono superare l’8% dei volumi totali scambiati in tutti i mercati Ue nei 12 mesi precedenti. Non solo. I volumi di un titolo, in una singola “piscina oscura”, non possono superare il 4% dei volumi totali (sempre nei 12 mesi precedenti) scambiati su quell'azione in tutte le Borse Ue. Le azioni che sforano i tetti indicati, per sei mesi, devono dimenticarsi di nuotare al buio.

Ebbene: l’Esma ha fatto i suoi controlli in gennaio e febbraio, rilevando quali strumenti finanziari sono finiti “oltre” i limiti. Così, da un lato, questi sono stati sottoposti al divieto. E dall’altro, venuta meno l’opportunità di gestirli in maniera “dark”, potrebbe per l’appunto esserci un effetto sulle loro quotazioni. «L’ipotesi –afferma Raimondo Marcialis, ceo di Mc Advisory - è molto limitata. Le grandi operazioni verranno comunque frazionate; oppure saranno realizzate su altri circuiti alternativi». «Non vedo il rischio di maggiore volatilità -fa da eco Tullio Grilli, responsabile del brokerage elettronico di Banca Akros – . I gestori possono utilizzare molteplici strategie per evitare l’impatto sul prezzo».

Al di là di ciò«il beneficio di sistema è innegabile» dice Anna Kunkl, partner di Be Consulting . «L’obiettivo – ricorda Grilli - è indirizzare la liquidità verso piattaforme meno opache e dove l’incontro tra domanda e offerta avviene in maniera più “naturale». «Si tratta– conclude Kunkl – della giusta volontà di limitare l’espansione delle piattaforme “oscure”».

Di certo i gestori che le usavano saranno ora costretti a modificare le loro strategie. A pensare forme di trading alternativo. Magari, come spera il regolatore europeo, punteranno sulle Borse tradizionali o sui listini più simili ad esse. Oppure, come ipotizzano diversi esperti, gli investitori studieranno come “aggirare”, ovviamente in maniera legale, la nuova legislazione. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

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