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AT&T-Warner, a processo la maxi-fusione dei media

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Antitrust

AT&T-Warner, a processo la maxi-fusione dei media

(Ap)
(Ap)

NEW YORK - È stato battezzato come il processo del secolo. Un caso legale che potrebbe “marchiare” la Corporate America, lasciare il segno sui settori più diversi, da telecomunicazioni e media - direttamente coinvolti - alla sanità. È il duello antitrust in tribunale, che comincerà pubblicamente domani, tra la AT&T e l’amministrazione Trump. La prima intenzionata a far valere le ragioni della sua acquisizione da 85 miliardi di dollari di Time Warner, una combinazione che unirebbe una rete di distribuzione con pochi eguali, tra tecnologia mobile e tv satellitare, a un prestigioso produttore di contenuto, da film e spettacoli targati HBO all’informazione di CNN. Il secondo sceso sul sentiero di guerra accusando invece il merger di danneggiare concorrenti e consumatori perché darebbe vita a un colosso con indebita influenza sul mercato.

La battaglia ha un risvolto paradigmatico che promette di ridisegnare i confini di merger futuri oltre che presenti: mette nel mirino, fatto raro, una fusione verticale - tra reti e content - e non la tradizionale preoccupazione delle autorità per combinazioni orizzontali, cioè tra chi offre servizi simili. Un successo di AT&T potrebbe così rimettere in gioco altri celebri consolidamenti in corso nei media statunitensi e globali: Comcast, altro gigante tlc, sta tuttora considerando una propria mega-operazione “verticale”, il rilancio sulla 21st Century Fox di Rupert Murdoch, per strapparla all’offerta da 52,4 miliardi di Disney. Mentre una vittoria del governo potrebbe frenare la merger-mania in tutti i settori che cercano di dar vita a simili “filiere”: a cominciare dalle ondate di concentrazioni tra grandi catene di farmacie, compagnie di assicurazione medica fornitrici di prescrizioni e gestori di benefit assistenziali.

Lo scontro si preannuncia senza esclusione di colpi: AT&T, che con le authority federali vanta una lunga storia di conflitti, ha indicato di non voler adesso abbandonare la presa. Il suo chief executive Randall Stephenson è considerato un pioniere della nuova era di fusioni e integrazioni multimediali: due anni or sono, come primo determinato passo di espansione, si impadronì di DirectTv, leader nei canali video e Tv trasmessi via satellite, per 49 miliardi di dollari, da affiancare al wireless; ora è la volta di riempire gli estesi sistemi e reti con popolari programmi dallo sport a sceneggiati del calibro di Game of Thrones. È una strada che vede legittima e necessaria per tener testa ai colossi di Internet sempre più impegnati in progetti mediatici capaci di divorare pubblicità, da Alphabet con YouTube ai social network di Facebook, da Amazon con Prime a Netflix e anche Apple.

Ma l’Antitrust, guidato dal repubblicano Makam Delrahim, appare altrettanto convinto. Sostiene che la fusione, ormai nel limbo da 17 mesi, significherebbe minor innovazione e rincari dei prezzi ai danni dei consumatori - una cifra che stima in “centinaia di milioni”. Frutto di una posizione troppo dominante nella Pay-Tv: AT&T poterebbe a suo avviso ricattare o indebolire sistemi rivali di distribuzione con la rimozione del contenuto di qualità di Time Warner. Insomma usare la sua nuova preda come un’arma contro altri colossi come contro nuovi arrivati nello streaming.

Una simile logica - a dimostrazione dello stacco dal passato - non era stata applicata al cospetto d’un merger con caratteristiche identiche, quello del 2011 di Comcast con NbcUniversal. Allora l’Antitrust, durante la presidenza di Barack Obama, approvò la fusione con una serie di garanzie “comportamentali”, impegni a evitare pratiche dannose per la concorrenza. Delrahim è però avverso a simili condizioni, che considera allo stesso tempo intrusive e poco efficaci. Il faccia a faccia tra AT&T e governo è stato finora talmente duro e privo di spiragli di compromessi da sollevare anche polemiche su vendette politiche: il sospetto che, opponendosi al merger, Trump voglia penalizzare CNN, accusata di essere troppo critica nei confronti del Presidente.

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