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AT&T-Time Warner: giudice antitrust approva la fusione da 85 miliardi di dollari

New York - Via libera alla fusione da 85,4 miliardi tra AT&T e Time Warner. Tra un grande distributore di contenuto e un prestigioso produttore di content. E via libera, anche e soprattutto, alla spinta verso nuove ondate di fusioni e consolidamenti nel settore dei media e delle telecomunicazioni - e con queste ad una stagione di ravvivate sfide tra rafforzati protagonisti tradizionali e leader di Internet, da Netflix a Amazon, da Alphabet a Facebook.
Il semaforo verde è arrivato dal giudice federale Richard Leon al termine di un teso processo durato settimane. Che alla fine ha dato pienamente credito alle due aziende e bocciato invece l'amministrazione Trump, che aveva presentato ricorso per bloccarlo e ha sofferto una cocente sconfitta. Il deal, ha affermato il magistrato, non viola le normative antitrust e il governo non è riuscito a dimostrare danni a consumatori e concorrenza. Per cui la richiesta di fermare il merger viene “respinta”.

Il verdetto
Nelle complete parole di Leon - 172 pagine di dettagliate motivazioni che smentiscono una per una le obiezioni del governo (eccole integrali) - c'è tutta l'importanza della vicenda. Fin dal preambolo: «Se mai c'è stato un caso dove la parti hanno mostrato valutazione drammaticamente diverse sullo stato del mercato in questione e una visione fondamentalmente diversa dei suoi sviluppi futuri, siamo davanti a quel caso. Non c'è da stupirsi che sia servito un processo!».
Le ragioni respinte dal magistrato? Che i consumatori sarebbero stati «danneggiati su scala nazionale da aumenti dei prezzi nelle reti Turner (i canali Tv controllati da Time Warner, ndr)». Anche perché, sottolinea Leon, il governo stesso ammette che «questo merger verticale sarebbe risultato in risparmi per centinaia di milioni di dollari l'anno agli utenti di AT&T». E che «non sarebbe stato eliminato alcun concorrente», visto che le due aziende non operano nel medesimo settore ma in comparti contigui (distribuzione e content).

Successivamente il magistrato dà piuttosto credito alla tesi offerta dalle due aziende, che vedono la loro fusione come necessaria a fare oggi i conti con le profonde trasformazioni in atto davanti all'avvento del digitale e dei leader Internet. Conclusione: «Il governo ha fallito nel tentativo di dimostrare che la transazione proposta probabilmente ridurrebbe la concorrenza».
La decisione - uno dei più influenti verdetti antitrust delle storia recente che potrebbe scatenare un'ondata di nuovi merger tra media, tlc e hi-tech - era così attesa sia da esperti che dal pubblico, una rarità in vicende antitrust - da aver attirato folle di spettatori davanti e dentro l'aula del tribunale fin dall'alba di martedì. AT&T ha fatto sapere che intende adesso completare rapidamente l'operazione nel giro di una settimana, entro la scadenza fissata del 21 giugno. E il giudice ha chiesto apertamente al governo di non chiedere nuovi stop per il merger.

Una fusione foriera di nuovi merger
La combinazione sposa subito studi cinematografici (Warner Bros) e televisivi e canali a pagamento (da Hbo a Cnn di Time Warner) con sistemi satellitari (DirectTv) e di fibre ottiche e con network di telefonia mobile (AT&T). Un matrimonio che ha dato vita a un nuovo protagonista, appunto, “verticale”. Ma la fusione tra un colosso delle tlc e Internet e un leader del contenuto di qualità spalanca in prospettiva e fin dal ravvicinato futuro le porte ad un settore ridisegnato dei media e delle piattaforme di distribuzione. Rafforza anzitutto l'ipotesi che Comcast possa rilanciare sulla 21st Century Fox di Rupert Murdoch, per strapparla a Disney con un'offerta in contanti da 60 miliardi contro 52 miliardi. Comcast aveva fatto sapere di aspettare con ansia il verdetto, che considera un precedente, prima di muoversi formalmente.

Altri protagonisti potrebbero accelerare le proprie mosse in un processo di consolidamento sempre più intenso e che coinvolge anche i marchi dell'hi-tech: tra le possibilità più quotate ci sono un re-merger o una cessione (forse a un gigante di Internet) di Viacom e Cbs. Ancora Charter Communications potrebbe a sua volta dare la caccia a prede nel content e Liberty Media di John Malone agire da catalizzatore di molteplici asset mediatici e Tlc. E potrebbero essere sbloccate rapidamente fusioni anche in comparti non direttamente legati ai media: su tutte il già annunciato matrimonio nella telefonia mobile tra Sprint e T-Mobile, terzo e quanto operatore del settore, che diventa più credibile e di più facile approvazione da parte delle authority in presenza di una AT&T rafforzata dalla conquista di Time Warner.

La lunga battaglia
Lo scontro tra AT&T e il governo Trump è stato protratta e duro. L'annuncio del deal da parte del Ceo di AT&T Randall Stephenson e di quello di Time Warner Jeff Bewkes risale ormai al 2016 ed è stato seguito da venti mesi di dispute legali, culminate con un ricorso formale depositato lo scorso novembre dal Dipartimento della Giustizia e infine da sei settimane di processo vero e proprio in un'aula di tribunale nel centro della capitale dove sono stati depositati migliaia di documenti e ascoltati decine di avvocati e testimoni. Il caso del governo era però parso debole fin dall'inizio: l'opposizione a una simile fusione verticale era senza precedenti da oltre 40 anni.

Una realtà, questa, sicuramente notata dal magistrato, il giudice distrettuale Leon, che ha fama di un carattere brusco e determinato. In passato aveva approvato nel 2011 la combinazione tra Comcast e Nbc Universal, ma aveva imposto una serie di condizioni a protezione dei consumatori. Adesso, citando esplicitamente la rivoluzione tecnologica ormai avvenuta nei media, ha respinto le accuse antitrust senza neppure porre restrizioni o chiedere alcuna dismissione.

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