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BTp, fondi Italiani sempre meno «patriottici» verso i titoli di Stato

Chi ha detto che gli italiani amano i titoli di Stato? Che il legame fra i grandi investitori istituzionali e i BTp si stia progressivamente sciogliendo negli ultimi anni è un dato di fatto. Pochi però sospetterebbero che nei portafogli di fondi pensione, casse previdenziali e fondazioni del nostro Paese trovi spazio una quota relativamente bassa di obbligazioni: il 35% «appena» contro il 44% di Francia, il 47% di Germania, il 51% della Spagna e il 52% della media europea. A rivelarlo è la «Mercer asset allocation survey 2018», dalla quale si evince soprattutto che in Italia soltanto il 38% di quelle obbligazioni viene destinato ai nostri titoli di Stato, molto meno di quanto non avvenga per esempio in Spagna (69%), in Irlanda (85%) o in generale in Europa (55%) .

Dal rapporto, che analizza oltre 900 portafogli istituzionali per attività complessive pari a oltre 1.100 miliardi di euro (100 miliardi fra gli italiani) e che è giunto ormai alla 16esima edizione, emerge un quadro piuttosto confortante per i fondi di casa nostra, almeno quelli di taglia maggiore e in grado di mettere in campo le migliori competenze: «La nostra asset allocation complessiva appare molto ben bilanciata e diversificata anche rispetto ad altre economie dove l’educazione finanziaria è superiore», osserva Marco Valerio Morelli, a.d. di Mercer Italia, sottolineando che «ormai non esiste più il modello di qualche anno fa concentrato sul real estate e sul debito».

L'ITALIA NEL CONTESTO EUROPEO
L'asset allocation strategica degli investitori istituzionali. In percentuale (Fonte: Mercer)

L’avanzata degli «alternativi»
Spicca, sotto questo aspetto, la quota elevata in investimenti alternativi detenuta dai nostri fondi (19%, si tratta principalmente di prodotti a ritorno assoluto), mentre sulle azioni siamo ormai in linea con il resto del Continente (28%). Soltanto nel 2015, quando per la prima volta Mercer ha iniziato a rilevare lo spaccato dei dati per ciascun singolo Paese, la quota di obbligazioni in pancia alle società italiane era ancora pari al 52%. È vero che da allora il perimetro del campione utilizzato per la ricerca è cambiato, il numero di fondi, casse, fondazioni italiane è cresciuto e i dati non sono direttamente comparabili, ma la tendenza in atto è inequivocabile.

“«Per migliorare la costruzione del portafoglio e renderlo più bilanciato si deve necessariamente ridurre la dipendenza dal fattore di rischio principale»”

Marco Valerio Morelli, Mercer Italia 

E si tratta anche di un segnale positivo «perché - aggiunge Morelli - permette di decorrelare il rischio del portafoglio, anche se dall’altro lato resta da discutere il fatto se sia corretto o meno che esista una maggiore e profonda compartecipazione al debito da parte dei sistemi previdenziali come effettivamente sta avvenendo negli altri Paesi». Difficile poi stabilire se la tendenza in atto sui titoli di Stato e sulle obbligazioni investment grade in generale sia la risultante di una maggiore maturità da parte dei gestori o, più semplicemente, la presa di coscienza da parte loro della maggior rischiosità del debito italiano: «I due aspetti sono in fondo collegati, perché per migliorare la costruzione del portafoglio e renderlo più bilanciato devo necessariamente ridurre la dipendenza dal fattore di rischio principale», sottolinea Morelli.

Sì agli investimenti responsabili, purché vadano oltre le «mode»
Altro elemento di rilievo all’interno della ricerca Mercer è il crescente interesse destinato ai temi ambientali, sociali e di governance (Esg, Environmental, Social and Governance). Il 17% del campione esaminato tiene infatti conto dei rischi
di portafoglio legati ai cambiamenti climatici (oltre il triplo rispetto a quanto emerso lo scorso anno). In Italia questa percentuale è di poco inferiore (15%), ma è invece più marcata la quota degli investitori istituzionali che ha integrato i fattori Esg a monte della strategia di portafoglio (46% contro la media continentale). Pure in questo caso la tendenza appare positiva «anche se - avverte Morelli - non deve diventare una moda: non si deve cioè investire in qualsiasi attività per il solo fatto che rispetti i requisiti Esg, ma occorre dedicare più tempo al processo selettivo, privilegiando magari i settori in grado di favorire la categoria professionale che si rappresenta, ad esempio le biotecnologie nel caso del fondo pensione dei medici».

Immobili: un nodo non facile da sciogliere
Se in media i passi in avanti compiuti sono stati rilevanti, per quanto riguarda l’Italia Mercer ricorda come su alcuni elementi legati alle competenze di chi investe per conto dei fondi e alla governance esistono ancora ampi spazi di miglioramento. C’è poi da rilevare un forte elemento di disomogeneità fra i grandi fondi pensione e le casse, che avanzano a grandi passi, e i soggetti di taglia più ridotta, che ancora faticano ad allontanarsi dagli schemi più tradizionali. Resta infine il tallone d’Achille degli immobili, che valgono ancora una quota del 13% sul portafoglio complessivo: un tema centrale «sul quale si sta lavorando - spiega Luca De Biasi, Wealth business leader di Mercer Italia - ma che non è semplice da affrontare a breve termine a causa della scarsa liquidità del mercato». Per liberarsi da questa pesante eredità occorrerà del tempo.

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