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Da Sassuolo al Tennessee: la «second life» della ceramica italiana

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Da Sassuolo al Tennessee: la «second life» della ceramica italiana

Si estende su 250 miglia tra il Tennessee e il Kentucky contro i 19 chilometri che uniscono Maranello a Scandiano. E ha pochi anni di storia alle spalle contro la tradizione secolare in cui affonda il polo emiliano. Ma è evidente che quello che sta nascendo oltreoceano, tra Clarksville e Lawrenceburg attorno a marchi come Florim, Del Conca, Panaria (con la controllata Floride Tile), Atlas Concorde (con Landmark Ceramics), Iris Ceramiche (con Stonepeak Ceramics) è una replica del distretto della ceramica esploso a Sassuolo nel secondo Dopoguerra.

Se Marazzi è stato il pioniere del made in Italy negli States, sbarcando a Dallas già negli anni 80 (per poi diventare americano a pieno titolo, con l’acquisizione nel 2012 da parte di Mohawk Industries) è più a est, nella terra del country, che negli ultimi cinque anni sta prendendo forma un cluster, decisamente esteso per le misure italiane, ma specializzato e organizzato in filiera. Dove si sono insediate già una ventina di aziende assai note nel distretto sassolese, dalle vernici all’impiantistica, che qui hanno aperto sedi commerciali e di service. Nomi come Sacmi, System, BMR, LB, Silvestrini, Martinelli Stampi, Rainbow, Hydrodesign, Torrecid, GMM ,(Colorobbia ha annunciato il suo imminente sbarco). Al punto da attrarre anche altri produttori stranieri, come i cinesi di The Wonderful Group, che hanno aperto a Lebanon.

In comune, tra gli Appalachi di oggi e gli Appennini di cinquant’anni fa, ci sono la disponibilità di materia prima (argilla, feldspati), l’abbondanza di acqua, la facilità di insediamento e la forte domanda di beni per l’edilizia. Fattori che hanno spinto i grandi player emiliani, leader indiscussi nel panorama mondiale, anche se sempre più minacciati dalle piastrelle asiatiche e spagnole (si veda il Sole-24 Ore del 10 maggio scorso), a insediarsi direttamente negli Stati Uniti, primo mercato di riferimento fuori dall’Ue, per sfruttare la crescita del settore costruzioni, svincolandosi dal tasso di cambio euro-dollaro e dai costi di trasporto.

Autorità locali e della contea hanno steso tappeti agli investitori arrivati, permettendo di realizzare in 10 mesi quello che un gruppo come Del Conca non è riusciti a fare in 10 anni in Italia: burocrazia quasi nulla, zero oneri di urbanizzazione, detassazione della formazione. «Oggi il problema di chi come noi è insediato qui è il personale», afferma Paolo Mularoni, che due anni fa, dopo la morte del padre, ha preso le redini del gruppo nato in Romagna nel 1962 (e sviluppatosi nel distretto modenese con l’acquisto di Pastorelli) e ogni mese è in Tennessee, a Loudon, piccolo paese vicino Knoxville, dove dal marzo 2014 è attiva la subsidiary Del Conca Usa. Una fabbrica modello per tecnologie, digitalizzazione, riciclo al 100% di acqua e materiali, raddoppiata due anni fa per portare la capacità produttiva a 6 milioni di mq (sui 20 milioni complessivi del gruppo). E rispondere a un mercato che assorbe un quarto dei 165 milioni di euro di fatturato, presidiandolo con un mix di made in Italy top di gamma e made in Usa.

Il problema, ai piedi delle Smoky Mountains, non è infatti tanto l’assenza di una tradizione ceramica e quindi di scuole tecniche e corsi universitari che preparino profili qualificati, quanto la difficoltà a trovare e trattenere in azienda operai locali, introvabili in un territorio che cinque anni fa, allarmato per un tasso di disoccupazione salito attorno al 6,5% (valore attuale della disoccupazione in Emilia, tra i best performer in Italia) ha messo in atto politiche di attrazione di investimenti e oggi naviga attorno a un 3% di disoccupati, meno della soglia fisiologica.

«Qui un operaio cambia azienda per un dollaro in più al giorno, il tasso di turnover è altissimo e questo implica un lavoro continuo di inserimento e formazione», racconta Paul Boyles, direttore HR di Del Conca Usa, 145 dipendenti (sui 640 del gruppo). I capireparto, non a caso, sono tutti arrivati da Sassuolo, trasferiti in pianta stabile, famiglia al seguito, in queste distese verdi che a velocità impressionante si stanno urbanizzando. A Nashville (capitale del Tennessee, 700mila abitanti lo scorso anno) si contano 100 residenti in più ogni giorno e lungo la strada che porta alla Del Conca Way (nella nuova zona industriale Sugar Limb dove è sorta la fabbrica-clone) è pieno di ruspe al lavoro e di nuove stazioni di servizio e shopping center.

Il punto è che il mercato statunitense è cambiato molto rispetto a due-tre anni fa e non è solo per Trump e le politiche protezionistiche: difficilmente i dazi toccheranno un’industria dove il leader, Daltile-Mohawk, batte bandiera americana. Pesano i costi di trasporto interni sempre più alti, da quando le Union (i sindacati americani) hanno imposto il vincolo di massimo otto ore alla guida, con camionisti diventati introvabili, visto che non esiste disoccupazione. Su ferro non viaggia una piastrella, sebbene passino i binari davanti alle fabbriche, e sono poche anche le materie prime che arrivano via acqua, anche se le chiatte viaggiano sia sul fiume Tennessee (Del Conca) sia sul Cumberland River (Florim). Ma pesa anche l’assenza di posatori preparati, capaci di valorizzare una piastrella italiana di qualità, che si contende il mercato americano non solo con il prodotto cinese o spagnolo che costa la metà, ma con moquette, vinile e pvc che ancora rappresentano oltre l’80% dei pavimenti.

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