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Gucci dice addio alle pellicce animali

DALLA PROSSIMA COLLEZIONE

Gucci dice addio alle pellicce animali

Da sinistra, Livia Firth (fondatrice di Eco Age) e Marco Bizzarri (amministratore delegato di Gucci)
Da sinistra, Livia Firth (fondatrice di Eco Age) e Marco Bizzarri (amministratore delegato di Gucci)

Chi passasse in questi giorni dalla vetrina di Gucci di via Monte Napoleone, a Milano, la strada dello shopping di lusso con gli affitti più cari d'Italia, non potrebbe non notare una lunga pelliccia bianca con intarsi colorati sulla schiena. Capolavoro di artigianato e di creatività, costa, lo dice un semplice cartellino bianco e nero ai piedi del manichino, 32mila euro. Chi fosse affascinato dalla pelliccia al punto, magari, da fare un piccolo mutuo per averla, non rimandi.

Ieri Marco Bizzarri, amministratore delegato di Gucci, ha annunciato da Londra che a partire dalla prossima collezione, quella della primavera-estate 2018, la maison fiorentina abolirà totalmente l'uso, la promozione e la pubblicità di pellicce animali. Grazie a una partnership di lungo termine con l'associazione ambientalista italiana Lav e con quella americana The Humane Society, Gucci entra così a far parte della Fur Free Alliance, che si batte per ridurre il ricorso a pratiche crudeli nei confronti degli animali da pelliccia, sia nelle trappole selvatiche, sia negli allevamenti di pelliccia industriali. Gucci, uno dei marchi del lusso italiano, più conosciuti al mondo, non è il primo a fare questa scelta ambientalista: nel marzo 2016 era stato Giorgio Armani ad annunciare una politica fur free per tutte le sue collezioni e forse ora altri grandi marchi seguiranno. I ricavi e la redditività di Gucci, in crescita a due cifre da oltre un anno, dimostrano che business e sostenibilità ambientale possono andare perfettamente d'accordo. Come ha del resto sottolineato Bizzarri ieri davanti agli studenti del London College of Fashion in una lunga chiacchierata con Livia Firth, la fondatrice e direttore creativo di Eco Age, che solo tre settimane fa era alla Scala di Milano per consegnare i primi “Oscar della moda sostenibile”, i Green Carpet Fashion Awards, ideati insiemi a Carlo Capasa, presidente della Camera della moda italiana. Fino al 2013 il gruppo della famiglia Pinault, secondo al mondo dopo Lvmh, si chiamava Ppr (Pinault Printemps Redoutem. Poi cambiò nome in Kering, che in inglese suona come il gerundio del verbo “to care”, prendersi cura, avere a cuore. Quasi una profezia.

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