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Stati Uniti e Israele lasciano l’Unesco per i «pregiudizi»…

l’agenzia culturale dell’onu

Stati Uniti e Israele lasciano l’Unesco per i «pregiudizi» anti-israeliani

NEW YORK - Uno schiaffo alla cultura - e ai diritti - universali. Donald Trump ha deciso il ritiro formale degli Stati Uniti dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite con quasi 200 membri preposta a promuovere pace e sicurezza attraverso la collaborazione scientifica, culturale e nell’educazione, denunciando il suo «pregiudizio anti-israeliano». Una mossa che ha fatto scattare una drastica escalation della crisi in rapporti già da tempo difficili con la galassia dell’Onu e del multilateralismo. Anche Israele si avvia all’uscita: il premier Benjamin Netanyahu ha definito «coraggiosa e virtuosa» la decisione americana, e ha dato istruzioni al proprio ministero degli Esteri perché anche Israele si prepari a lasciare l’organismo multilaterale.

«La decisione non è stata presa alla leggera», aveva fatto sapere un comunicato del dipartimento di Stato. Che ha citato quelli che l’amministrazione considera altri nodi giudicati irrisolti, dalla «necessità di riforme fondamentali» ai «crescenti ritardi» di un’istituzione impegnata nella designazione e protezione dei siti patrimonio dell’umanità come pure nella difesa di diritti essenziali quali l’alfabetizzazione, l’eguaglianza delle donne e l’accesso all’acqua potabile.

Il direttore generale dell’organizzazione, Irina Bokova, in risposta, ha espresso il proprio rammarico e dichiarato che «l’universalità è cruciale alla missione dell’Unesco di rafforzare pace e sicurezza davanti a odio e violenza, in difesa dei diritti e della dignità umana». Per il Cremlino, la decisione americana è «una notizia triste».

Secondo fonti citate dall’agenzia Ap, la decisione è stata presa in seguito alle recenti risoluzioni dell’Unesco che hanno condannato Israele e gli insediamenti nei territori occupati in Cisgiordania, risoluzioni che Washington considera anti-israeliane. È dal 2011, quando la Palestina divenne membro a pieno titolo dell’organizzazione Onu, che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziarla - un contributo cruciale di 80 milioni di dollari l’anno - pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi e un’influenza dietro le quinte sulle sue politiche. «La mia personale raccomandazione al premier Benjamin Netanyahu - aveva detto l’ambasciatore israeliano nell’organismo, Carmel Shama-Hacohen - è quella di restare incollati agli Usa e lasciare immediatamente l’Unesco. Che negli anni recenti si è trasformato in una bizzarra organizzazione che ha perso le sue orme professionali a favore di interessi politici di certi Paesi».

L’Unesco iniziò il proprio lavoro nel 1946. Tra le sue missioni più importanti, spiega l’organizzazione nel proprio sito internet, «è l’identificazione, la protezione e la tutela, la trasmissione alle generazioni future dei patrimoni culturali e naturali di tutto il mondo. Sulla base di un trattato internazionale conosciuto come Convenzione sulla Protezione del Patrimonio mondiale, culturale e naturale, adottato nel 1972, l’Unesco ha finora riconosciuto un totale di 1001 siti (777 beni culturali, 194 naturali e 30 misti) presenti in 161 Paesi del mondo». Attualmente l’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti (51) inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità.

La mossa americana cade in un momento particolarmante delicato, in Medio Oriente e non solo. A luglio l’Unesco aveva dichiarato il contestato centro storico di Hebron, nei territori occupati da Israele della Cisgiordania, quale World Heritage Site. E delle ultime ore è anche lo sviluppo diplomatico dell’intesa tra le fazioni palestinesi di Fatah e Hamas che dovrebbe comportare una gestione comune del confine nella striscia di Gaza.

Più ancora è teso il quadro internazionale al cospetto della nuova politica di America First di Trump. L’uscita formale dall’Unesco è stata prevista per la fine del 2018 e il messaggio di “rottura” ancora con una volta con gli alleati anzitutto europei, appare netto. Un messaggio che rafforza le divisioni già affiorate con lo strappo sull’accordo di Parigi sul clima come sull’intesa internazionale sul nucleare con l’Iran. Trump potrebbe decertificare fin da oggi quel patto in nome della necessità di indurire le condizioni nei confronti di Teheran - accusata di destabilizzare la regione e fomentare il terrorismo - dopo averlo attaccato come «imbarazzante» e il «peggiore mai firmato». Aprendo così una nuova fase di grande incertezza, con Congresso e amministrazione che avranno 60 giorni per rifinire e calibrare la nuova strategia.


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