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Google: restiamo in Europa ma vogliamo tasse più semplici

nel mirino della Commissione europea

Google: restiamo in Europa ma vogliamo tasse più semplici

(Olycom)
(Olycom)

LISBONA - Google continuerà a investire in Europa, ma vuole «tasse più semplici». Nel suo intervento al Web Summit, un evento tecnologico in corso a Lisbona, il capo europeo della divisione business&operations di Big G Matt Brittin ha tentato più volte di spostare la conversazione sulla «importanza dei consumatori» e le «tremende opportunità di business» nell'era dell'economia digitale.

Ma il piatto forte ha finito per essere un altro: i problemi legali che incombono sul gigante di Mountain View, nel mirino della Commissione europea con accuse che vanno dall'elusione fiscale all'abuso di posizione dominante per le applicazioni del suo software di comparazione prezzi Shopping e del suo sistema operativo Android.

Solo lo scorso martedì, sullo stesso palco, il Summit aveva applaudito il commissario Ue alla concorrenza Margrethe Vestager e il suo affondo sui giganti tecnologici «non all'altezza delle proprie responsabilità». Brittin le ha risposto indirettamente, dicendo che l'azienda «è disponibile a collaborare con i policymaker» per una regolamentazione che soddisfi entrambi. Nell'attesa, però, l'azienda ha fatto appello contro la maxi-multa da 2,4 miliardi di euro inflitta da Vestager per aver favorito le proprie inserzioni nella ricerche degli utenti sul motore di ricerca.

«Paghiamo dove creiamo valore»

Quando parla di «tasse più semplici», il riferimento non è solo alla burocrazia. Allo stato attuale delle cose, Google paga il grosso delle imposte nel Paese dove genera valore (gli Stati Uniti, la sede di attività core come lo sviluppo di software) e non nei vari mercati dove opera (ad esempio il Portogallo o l'Italia, nei quali Big G si limita ad avere una presenza e vendere i suoi servizi agli utenti). L'esatto contrario dell'indirizzo intrapreso dalla cosiddetta Web Tax, l'ipotesi di legge della Commissione europea che consisterebbe nel tassare i ricavi delle aziende Web in base alla giurisdizione in cui sono generati. Big G è da anni al centro di polemiche, e indagini, per i suoi schemi “fantasiosi” di pianificazione fiscale. L'azienda ha collocato il suo domicilio europeo in Irlanda, dove la tassa sul reddito di impresa è ferma al 12,5% (uno dei più bassi su scala Ocse), ma riesce a pagare anche meno nel resto del Continente grazie ad architetture che sforbiciano l'aliquota anche sotto all'1%. Solo in Italia, si stima che il fisco abbia perso l'equivalente di 370 milioni di euro tra 2013 e 2015 a causa delle varie architetture elusive messe in piedi da Big G.

Da Android alla privacy, l'autodifesa di Google
Oltre alla questione fiscale, Brittin è intervenuto anche su due fronti caldi per l'azienda californiana e il suo rapporto con le autorità europee: Android e la privacy. Nel primo caso, Google deve rispondere a preoccupazioni sulla posizione monopolistica del suo sistema operativo, accusato di favorire al suo interno i prodotti di Google (per esempio il suo browser, Google Chrome). Brittin ha ribadito che gli utenti «sono liberi di fare quello che vogliono» e che non ci sono gli estremi per sostenere che Big G ne influenzi, tecnicamente, le abitudini. Android conta oggi oltre 2 miliardi di utenti mensili, ma dimensioni e impatto sul mercato non inciderebbero sull'utilizzo individuale dei suoi servizi.

«Gli utenti possono fare quello che ritengono - ha detto Brittin – Ci vogliono 30 secondi per togliere la “barra” delle ricerche di Google e impostarne un'altra». All'obiezione dell'intervistatore («Sì, ma quanti lo fanno?») Brittin ha risposto che «sono i clienti a scegliere Android. Ci sono 24mila dispositivi con Android installato, prodotti da 100 aziende – ha detto – Android ha portato competizione come nessuno prima».

Quanto al secondo tasto più delicato, la tutela dei dati degli utenti, Brittin ha spiegato che Google Europe «prende la questione sul serio» e sta cercando di rendersi inattaccabile. «I nostri sviluppatori di Monaco hanno messo a punto myaccount.google.com (uno strumento per verificare l'utilizzo delle proprie informazioni, ndr) proprio per questo – ha detto – Abbiamo interesse per privacy e sicurezza degli utenti».

Il processo di controllo sarebbe facilitato, secondo Brittin, dalla stessa leva che può aiutare la crescita del mercato europeo: «Bisognerebbe lavorare sul mercato digitale unico – ha detto – Noi abbiamo formato 5,6 milioni di persone in 49 paesi alle digital skills, le competenze digitali».

Per le fake news «non esiste la bacchetta magica»
Al Web Summit hanno tenuto banco anche le cosiddette fake news, le notizie false propagate per diffamare, fare propaganda o attrarre pubblicità in maniera ingannevole. Brittin familiare con i meccanismi dell'informazione: prima di Google ha lavorato come direttore commerciale al Trinity Mirror, il gruppo editoriale britannico che pubblica tabloid a grande diffusione come il Daily Mirror.

Dal punto di vista di Google, dice Brittin, «non esiste una soluzione magica. Bisogna fare un processo e stiamo facendo un processo. Ma abbiamo tolto l'80% dei video violenti prima di qualsiasi segnalazione». L'ipotesi profilata dal leader europeo di Google è abbastanza semplice, di principio: prosciugare qualsiasi entrata pubblicitaria ai siti che diffondono informazioni fake, bloccandone così la fonte di sostentamento.

«Bisogna togliergli la possibilità di fare soldi con l'advertising – ha detto – Ma non è così semplice. Oggi chiunque può pubblicare quello che vuole». L'analisi esclude la questione dell'uso politico di fake news, tornata alla ribalta da quando è emerso che oltre 100 milioni di utenti americani hanno fruito di informazioni false confezionate dalla Russia nel vivo delle campagna elettorale per le presidenziali 2016. Una distorsione che motori di ricerca come Google possono tamponare, ma fino a un certo punto. In fondo, come ha detto Brittin, «noi siamo interessati a fare crescere i consumatori».

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