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Caso Selmayr, all’Europa non serve un nuovo Rasputin

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L'Analisi|L’ANALISI

Caso Selmayr, all’Europa non serve un nuovo Rasputin

Sembra di scorrere la moviola di un brutto film già visto: ascesa e caduta anzitempo della Commissione Santer. I protagonisti e le storie si assomigliano, ma in peggio. Era il 15 marzo 1999, l’Esecutivo europeo si dimise in blocco. Ieri come oggi alla sua guida c’era un ex-premier lussemburghese debole: allora Jacques Santer e ora Jean-Claude Juncker, il primo grande mentore politico del secondo. Di mezzo, un altro mese di marzo galeotto. E un altro “affaire” sottovalutato che in breve diventa una valanga inarrestabile di fango: istituzionale prima che personale.

La storia però è molto diversa. Quella del commissario francese Edith Cresson, che favorisce indebitamente l'amico dentista cooptandolo nel proprio gabinetto come consigliere scientifico ma continua a negare spavaldamente ogni tipo di scorrettezza, debutta come una grassa pochade e termina in dramma perché finisce per scoperchiare altre frodi e malversazioni mettendo l'intero collegio con le spalle al muro. Questa, solo ai primi passi, racconta invece di un uomo, un tedesco di nome Martin Selmayr, affetto da incontenibile bulimia di potere, che vuole troppo e troppo in fretta e per ottenerlo non esita a manipolare e torcere regole e procedure interne codificate per raggiungere il suo obiettivo: la conquista della poltrona più potente nell'organigramma della Commissione, quella di segretario generale che gli dà il controllo di tutta la macchina e di tutte le decisioni Ue. Il gioco gli riesce alla perfezione. Ma ora rischia di scoppiargli in faccia. Lavora in segreto, il “Rasputin” di Bruxelles come lo chiamano.

Da un lato ha Juncker dalla sua. Dall'altro funzionari e perfino commissari terrorizzati o ipnotizzati dall'abilità manovriera e vendicativa del capo di gabinetto del presidente. E così da semplice direttore sale al vertice dell'euroburocrazia per diventare in un quarto d'ora vice-segretario generale aggiunto e subito dopo il numero uno. Ascesa folgorante ma truccata: la parvenza della forma giuridica è rispettata, la sostanza no. Parte l'inchiesta dell'europarlamento: la Cocobu, la potente commissione di controllo del Bilancio, si mobilita come ai tempi di Santer e annuncia di volerci veder chiaro.

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Juncker è costretto a intervenire per difendere la correttezza dell'operazione. L'Europa di oggi non è quella di 20 anni fa: allora era più piccola, più seria e un po' meno spregiudicata. Ci si credeva ancora agli ideali, alla grande avventura collettiva: per questo bastarono peccati tutto sommato veniali a scatenare scandalo, sdegno e la fine della commissione Santer. Di questi tempi invece nazionalismi, populismi, protezionismi ed euroscetticismi ne scuotono fondamenta e istituzioni.

Si sgretola il consenso popolare verso un'Unione percepita come lontana e scarsamente democratica, dominata da un'euroburocrazia autoreferenziale e super-pagata che tende a sfuggire alle proprie responsabilità. Per questo i suoi errori sono meno tollerati da tutti e ancora più imperdonabili. Come il signor Puntila di Bertold Brecht, con le sue opache manovre di potere e il suo manipolo di “servi” sciocchi incatenati alla paura, Selmayr sembra il prototipo dell'alto funzionario che non dovrebbe essere per poterlo diventare. E in questo modo fa torto non solo alla propria riconosciuta intelligenza ma anche e soprattutto all'istituzione a cui appartiene e al paese da cui proviene. Già messa a terra dai Governi, la Commissione oggi non ha certo bisogno di Rasputin d'assalto per rifarsi una reputazione e ritrovare il suo pieno ruolo istituzionale. E la potente Germania, già guardata con sospetto da tanti partner, sa di aver molto da perdere dallo zelo malriposto di incauti connazionali a Bruxelles. Il nuovo film è appena cominciato, il finale è aperto ma il primo tempo non promette bene per i suoi due protagonisti.

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