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Sauditi in difficoltà: Ipo Aramco rinviata e accuse di torture a…

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i due fronti del principe bin salman

Sauditi in difficoltà: Ipo Aramco rinviata e accuse di torture a businessmen

Il principe Mohammed bin Salman durante la visita a Londra
Il principe Mohammed bin Salman durante la visita a Londra

La posta in gioco è altissima. E prendere subito una decisione sarebbe stato molto complesso. «Troppo rischioso» a detta degli stessi sauditi. Con ogni probabilità la quotazione del 5% della compagnia energetica Saudi Aramco sarà così rinviata al 2019. Il fatto che non sia arrivata una smentita da parte di Riad sembra dare maggior credibilità alle indiscrezioni riportate domenica dal Financial Times. È stato proprio il quotidiano finanziario britannico ad aver dato la notizia, citando funzionari britannici vicini alle trattative per la quotazione.

La competizione tra le più grandi Borse mondiali
Il potente principe reggente, Mohammed Bin Salman, avrebbe voluto dare il via all'Ipo – la più grande di tutti i tempi – verso la fine di quest’anno. Ma occorreva prendere una decisione entro marzo, al più tardi in aprile, su quale Borsa estera, oltre a quella saudita (il Tadawul), sarebbe avvenuta la collocazione del colosso petrolifero saudita.

E qui sono sorti i problemi. In competizione per la quotazione ci sono da tempo almeno quattro Borse: Londra e New York, fino a poco tempo fa le più accreditate, ma anche Tokyo e soprattutto Hong Kong, una piazza che sta prendendo sempre più piede e che potrebbe rappresentare un accettabile compromesso.

Senza contare un'altra opzione ancora sul tavolo. La possibilità di un acquisto diretto da parte del fondo sovrano cinese del 5% di Aramco (o di una quota inferiore). Una soluzione che eluderebbe le stringenti normative di alcune Borse, come New York e Londra, fornendo al contempo la liquidità necessaria a Riad e lasciando nelle sue mani i dati sensibili di Aramco custoditi gelosamente per decenni.

Perché la quotazione a New York preoccupa i sauditi
In novembre il presidente americano Donald Trump aveva caldeggiato senza mezzi la borsa americana. Oltre agli enormi interessi finanziari in ballo (e le lucrose remunerazioni delle banche coinvolte nell'Ipo) la scelta di New York da parte dei sauditi avrebbe rappresentato un ulteriore elemento per rafforzare quell'alleanza strategica (politica e commerciale) tra Washington e Riad forgiata lo scorso giugno in funzione anti-iraniana.Ma perché i sauditi prendono tempo e guardano con una certa diffidenza alla Borsa di New York? La riposta l'ha data lo stesso ministro saudita dell'Energia, Khalid al-Falih: «Direi che i contenziosi sono una grande preoccupazione negli Stati Uniti», ha dichiarato al-Falih durante un'intervista alla Cnn, aggiungendo: «Francamente Saudi Aramco è troppo grande e troppo importante perché il Regno sia soggetto a questo tipo di rischio». A quali contenziosi si riferisce al-Falilh? Pur senza dirlo le sue parole sembrano dirette a quella legge approvata nel 2016 che rischia di mandare in fumo la collocazione sul New York Stock Exchange (Nyse) , per quanto sia la piazza che fa più gola ai sauditi.

Si tratta di una legge americana approvata nel 2016, che riconosce alle vittime degli attentati alle Torri Gemelle 2001 di chiedere risarcimenti a Riad. In altre parole riconosce una certa implicazione dell'Arabia negli attentati. La Corona saudita ha sempre negato ogni coinvolgimento, ma la questione che si apre è davvero difficile da risolvere. Anche perché l'ammontare dei potenziali risarcimenti – si parla di cause dal valore di 2-5-11 miliardi di dollari richieste dalle famiglie delle vittime – potrebbe creare seri problemi.

Ma le difficoltà non finiscono qui. Vi sono anche ostacoli tecnici che non sono visti con favore da Riad. Essere quotati al Nyse significa anche sottoporsi alla sua severa regolamentazione: audit indipendenti sugli asset, informazioni sensibili accessibili agli investitori, dati produttivi e riserve forniti con maggior precisione e trasparenza.

Richieste che potrebbe non piacere ai vertici della Aramco, compagnia statale da 40 anni la cui gestione non sempre è stata trasparente. Il fatto che da 25 anni Aramco perseveri a dichiarare che le sue riserve accertate di greggio ammontino a 260,8 miliardi di barili (il 16% di quelle mondiali) è solo uno dei motivi di preoccupazione per gli investitori stranieri.

Emergono gravi sospetti sulla retata anti-corruzione
Investitori che hanno già guardato con preoccupazione alla maxi retata anti-corruzione voluta da Bin Salman e avvenuta in novembre contro quasi 200 businessman, ministri e principi sauditi. E se molti di loro hanno riacquistato la libertà dietro il pagamento di costosissime cauzioni (in alcuni casi di oltre un miliardo di dollari), e con la cessione di quote sostanziose delle loro società, molti altri sono rimasti per quasi due mesi agli arresti senza formali accuse in un lussuoso hotel dove alcuni di loro tuttavia, secondo le ultime indiscrezioni, avrebbero subito pressioni psicologiche e maltrattamenti fisici, fino alle torture. La denuncia arriva dal New York Timesin un articolo pubblicato domenica; attraverso testimonianze di familiari delle persone arrestate, resoconti dei medici, e altre fonti rimaste anonime, sembrerebbe che almeno 17 persone arrestate siano dovute ricorrere a cure mediche , alcune di loro avrebbero avuto anche i segni di possibili torture. Un uomo sarebbe morto in ospedale (Riad ha smentito). Alle famiglie delle persone arrestate sarebbero imposti ancora oggi gravi limitazioni, tra cui il divieto di viaggi e l'impossibilità di accedere ai loro conti bancari.

Uno scenario che non incoraggia certo i potenziali investitori stranieri così corteggiati dal principe Bin Salman per partecipare al faraonico piano saudita di rilancio dell'economia che punta sulle nuove tecnologie e sul turismo.

Quanto vale il 5% di Aramco?
Ultimo ma non ultimo, il valore della quotazione. I sauditi ripetono da tempo di aspettarsi 100 miliardi di dollari dall'Ipo sul 5% di Aramco. Il che significherebbe che la compagnia petrolifera più grande al mondo varrebbe 2mila miliardi di dollari. Una stima che, secondo diversi analisti finanziari ed operatori sulla piazza di Wall Street (ma non solo) peccherebbe di ottimismo. Secondo i loro calcoli il valore reale in questo momento sarebbe infatti di mille/mille e cinquecento miliardi.

Certo che se i prezzi del petrolio confermassero l'attuale trend rialzista, e si posizionassero su valori desiderabili per i sauditi, il valore di Aramco salirebbe, ma al contempo le maggiori entrate energetiche nelle casse di Riad renderebbero questa complessa quotazione, ideata per raccogliere liquidità e finanziare il piano per diversificare l'economia saudita dal greggio (Vision 2030), non così urgente, forse addirittura rinviabile a tempo indeterminato.
Anche perché l'Ipo di Aramco sta divenendo un dossier geopolitico estremamente delicato. Con troppi pretendenti. Sceglierne uno ora significherebbe creare risentimenti tra quei Paesi – tutti comunque importanti per diverse ragioni– che resteranno esclusi. Forse anche per questo Riad ha preferito indugiare.

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