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Afrin circondata diventa il cuore delle tensioni fra Turchia, Usa e Russia

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Nella città curdo-siriana sotto assedio

Afrin circondata diventa il cuore delle tensioni fra Turchia, Usa e Russia

La città di Afrin è circondata. La capitale della piccola enclave curda nella Siria settentrionale si prepara a vivere i giorni più drammatici. Dopo oltre 50 giorni di campagna militare l'esercito turco e i suoi alleati, milizie arabo sunnite legate all'esercito libero siriano, avrebbero completato l'assedio e ora si preparerebbero a sferrare l'attacco finale. Sono oltre 300mila i civili ancora presenti in città, dove ora scarseggiano i beni di prima necessità e i medicinali.
Quella che si combatte ad Afrin è una guerra sporca, che rischia di aprire nuovi conflitti in un Paese già stremato da sei anni di guerra civile in cui hanno perso la vita oltre 400mila persone.

Dove sta la verità? È difficile stabilirlo. I media stranieri non hanno accesso nelle zone del conflitto e la macchina della propaganda, da entrambe le parti, sforna di continuo versioni diverse: sui successi militari, sulle perdite inflitte al nemico (Ankara sostiene di aver “neutralizzato” 3mila “terroristi”) e su quelle subite, sulle alleanze. Ma la sproporzione tra le forze in campo – l'esercito turco è il secondo nella Nato per soldati e per mezzi – suggerisce che, a meno di una decisa presa di posizione da parte della Comunità internazionale – il destino del cantone sia segnato.

Anche gli stessi curdi ammettono la recente avanzata delle forze turche (che avrebbero conquistato metà del cantone), per quanto precisino di non essere assediati. «I turchi stanno bombardando tutte le strade intorno ad Afrin», ha fatto sapere l'Ypg, «ma non è vero che la città è circondata».
L'operazione Ramoscello di Ulivo è scattata lo scorso 20 gennaio. L'obiettivo più volte ripetuto dallo stesso presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, non sarebbe quello di annettere la Siria settentrionale, bensì quello di scacciare le milizie curde (le Ypg) e il loro partito politico dai territori controllati dai curdi (circa un terzo della Siria). Agli occhi dal Governo di Ankara le Ypg altro non sono che terroristi legati al Pkk (movimento secessionista curdo che opera in Turchia incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche di Turchia, Europa e Stati Uniti). Quindi una minaccia alla sicurezza nazionale della Turchia che teme come uno pseudo stato curdo ai propri confini possa riaccendere l'irredentismo da parte del Pkk.

Ognuno vede tuttavia le milizie curde con occhio diverso. Terroristi per Ankara, alleati indispensabili per Washington. Sono proprio le Ypg, infatti, la spina dorsale delle Syrian democratic Forces (Sdf), la coalizione sostenuta e addestrata dagli Stati Uniti che ha conseguito i maggiori successi nella guerra contro lo Stato Islamico. In altre parole sono gli scarponi sul terreno in una campagna militare in cui l'Occidente si è limitato ai bombardamenti aerei e all'addestramento.

Se l'Isis si è ridotta ad un manipolo di cellule sparse presenti in alcuni tratti della Valle dell'Eufrate ciò lo si devo proprio ai combattenti curdi. Ed ora proprio i curdi si trovano davanti a una scelta dolorosa. Trattenere i civili in città e guadagnare così tempo. Oppure evacuarli da Afrin e andare incontro ad un destino che appare già segnato. A dispetto di diversi movimenti estremisti islamici che combattono nelle file dell'opposizione armata siriana, e che hanno spesso utilizzato i civili come scudi umani, le Ypg in passato hanno fatto il possibile per non sacrificare vite umane.

Quando Kobane era assediata dall'Isis, nel 2014, si erano rifiutati di utilizzare i civili come scudi umani cercando di evacuarli in altre località.
Anche in questo conflitto sembra abbiamo seguito questa strategia. Sono infatti migliaia i civili che in questi giorni stanno abbandonando la città per essere trasferiti in altri territori controllati dai curdi.
Secondo fonti curde i bombardamenti turchi avrebbero finora provocato la morte di circa 300 civili, rendendo inutilizzabili diverse cliniche e ospedali.
Ma la morsa dell'esercito turco, e dei suoi alleati arabo-siriani, si sta stringendo.
Se le grandi potenze non troveranno un accordo per fermare l'offensiva finale si rischia comunque un massacro.

Nonostante i tempi strettissimi, il fronte diplomatico sembra aver perso la voce. Nessuno pare intenzionato ad assumere un'iniziativa forte. Non lo ha fatto Mosca, che in gennaio ha perfino ritirato i propri militari dal cantone di Afrin permettendo all'aviazione turca di compiere i bombardamenti in uno spazio aereo che di fatto era ed è sotto il controllo delle forze russe. Il presidente russo Vladimir Putin si trova invischiato in una difficile mediazione. Non appare intenzionato a rinunciare all'alleanza con la Turchia, soprattutto ora che può approfittare delle sempre più problematiche relazioni tra Erdogan e la Casa Bianca. Al contempo è determinato a sostenere il regime di Damasco, forse il suo ultimo alleato in Medio Oriente. Proprio per evitare che il presidente Bashar al-Assad perdesse la guerra, nel settembre del 2015 Mosca ha dato il via ad una campagna militare in Siria – ufficialmente con l'obiettivo di combattere l'Isis, in realtà per sostenere al-Assad - che ha conseguito grandi successi.
Ma è proprio Bashar al-Assad ad aver protestato contro quella che ai suoi occhi è un'invasione turca che ha violato la sovranità territoriale della Siria. Il 20 marzo il regime ha inviato reparti di milizie sciite nel cantone di Afrin per venire in soccorso alle Ypg. Ma in verità, al di là di milizie sciite arrivate peraltro solo nelle vicine cittadine di Nabal e Zahara, l'esercito siriano non sarebbe entrato ad Afrin. E le minacce di Assad contro Erdogan non si sono concretizzate - almeno finora - in uno scontro aperto tra due Paesi.

Gli Stati Uniti, da parte loro, preferiscono una sorta di neutralità. Anche il loro silenzio su Afrin è stato inteso da Erdogan come un via libera. Ma le cose si stanno mettendo male. Caduta Afrin, Erdogan non ha mai nascosto di voler estendere l'operazione anche a Manbij , città nei territori controllati dai curdi dove si trovano quasi 2mila soldati americani. E da Manbij arrivare agli altri distretti siriani controllati dai curdi, anche Kobane. Fino alla tappa finale: cacciare le Ypg e il Pkk anche dai territori del Kurdistan iracheno.
Erdogan ha intimato agli americani di abbandonare Manbij. Ma il Pentagono ha fatto più volte sapere che non intende farlo.

La campagna di Afrin rischia ora solo di essere la prima battaglia di un potenziale -e nuovo - conflitto dalle conseguenze imprevedibili, dove saranno coinvolte diverse potenze regionali. La prima guerra del “dopo Isis”. Quella che tutti non vogliono. Quella che tutti temono.

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