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La Fed pronta al secondo rialzo dei tassi nel 2018

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POLITICA MONETARIA

La Fed pronta al secondo rialzo dei tassi nel 2018

Un nuovo rialzo dei tassi, il secondo dell’anno dopo quello di marzo. Dall’1,5-1,75% all’1,75-2 per cento. È il momento giusto: a giugno è prevista - come ogni tre mesi - una conferenza stampa del presidente Jerome Powell e sono pubblicate le previsioni macroeconomiche e o “dot”, le indicazioni dei singoli governatori sull’andamento futuro dei dati. In circostanze normali - come quelle attuali, almeno dal punto di vista della politica monetaria - sono questi gli appuntamenti più indicati per variare i tassi.

Le attese degli investitori
Le indicazioni, finora, dicono che il livello dei tassi sui Fed Funds raggiungerà il 2-2,25% a fine anno. Dal momento che le riunioni più appropriate del Comitato di politica monetaria (il Fomc) per una ulteriore stretta sono giugno, settembre e dicembre, è molto verosimile che un rialzo sia deciso questo mese. Le aspettative degli analisti e degli investitori vanno tutte in questa direzione, e i dati sembrano confermare che, in un gioco di equilibrio di fronte a prospettive che puntano in direzioni diverse, è la scelta giusta.

In marcia verso il 3%

LA NORMALIZZAZIONE DEI TASSI USA

Il rialzo non è certo prematuro. Non modificherebbe di troppo l’orientamento complessivo della politica monetaria che resta piuttosto espansivo. La fase di normalizzazione dei tassi terminerà - allo stato delle cose e secondo le indicazioni della stessa Fed - quando i tassi di interesse raggiungeranno il 2,75-3% (anche se non è possibile escludere che possa temporaneamente superare quel livello). Solo un governatore pensa che l’obiettivo finale sia il 2,25% e un altro che sia il 2,5%. Un ulteriore rialzo è quindi ancora in linea con l’approccio di «graduale» ritorno alla normalità adottato dalla Fed nei mesi scorsi.

La lenta riduzione del bilancio

IL BILANCIO DELLA FED
Dati in milioni di dollari

Tutto sembra infatti muoversi del resto senza movimenti troppo bruschi. La riduzione del bilancio ha per ora riportato il totale delle attività della Fed al livello di maggio 2014, ma la flessione dai massimi di gennaio 2015 è del 4,36%: è un ritmo piuttosto lento.

Curva dei rendimenti più piatta

CURVA DEI RENDIMENTI REALI TITOLO DI STATO USA
Fonte U.S. Treasury

I rendimenti reali dei T-Bond oggi appaiono quindi relativamente più elevati rispetto a quelli prevalenti nel 2015 nella parte più breve della curva (5-7 e 10 anni) mentre resta più bassa per le durate più lunghe. Questo significa che il differenziale tra le scadenze più lontane e quelle più vicine si è ridotta. È una situazione da tenere sotto controllo - uno spread inferiore alle zero potrebbe segnalare inflazione - ma non desta ancora davvero preoccupazione.

Dollaro in rialzo

DOLLARO, CAMBIO EFFETTIVO E MEDIA DI LUNGO PERIODO
Fonte: Federal Reserve

Le condizioni monetarie, valutate in base al cambio effettivo del dollaro, mostrano intanto un leggero irrigidimento da gennaio a oggi, con un’accelerazione a partire da aprile; ma il livello della valuta Usa - per quanto superiore alla media di lungo periodo - è inferiore a quello prevalente tra il 2015 e il 2017. Sembra dunque compatibile con una politica di normalizzazione a ritmi graduali ma piuttosto cadenzati.

Inflazione sotto controllo

INFLAZIONE USA
Indice Pce trimestrale. Variazione % annua. Fonte: Fred - St. Louis Fed

La bassa inflazione non sembra più essere un problema, ma al momento non mostra neanche tensioni verso una indesiderata accelerazione, che troverebbe la politica monetaria americana spiazzata. L’indice dei prezzi calcolato sulle spese dei consumi personali - la misura preferita dalla Fed - si è mosso negli ultimi trimestri attorno all’1,6%, con una tendenza al progressivo lento avvicinamento all’obiettivo del 2%, mentre l’inflazione core, che negli Usa “apre” la strada all’indice complessivo, resta a un livello più basso.

Retribuzioni lente

RETRIBUZIONI ORARIE MEDIE
Variazione % annua

Pressioni sui prezzi mancano, e la cosa resta un piccolo mistero. Le retribuzioni continuano ad aumentare a un ritmo annuo compreso tra il 2,5% e il 2,6%: dovrebbero tener conto delle aspettative di inflazione e degli aumenti della produttività che dal 2017 almeno è aumentato a un ritmo superiore all’1% . Un ritmo più elevato sembra poter essere ancora assorbito dal sistema economico senza sforzi.

Il mistero dei prezzi

DISOCCUPAZIONE E INFLAZIONE
Fonte: Fred - St. Louis Fed

Neanche la bassissima disoccupazione - al 4,1% a marzo, 3,8% a maggio - sembra al momento dare preoccupazioni. La relazione - debolissima negli Usa - tra prezzi e senza lavoro appare nel medio periodo, in un’analisi puramente esplorativa, addirittura positiva: a una maggiore disoccupazione si associa un’inflazione più elevata.

Una «stabilità» di breve periodo

UNA NUOVA RELAZIONE?
Disoccupazione e inflazione. Dati 2015-2018

In un orizzonte temporale più breve - l’unico dove questa curva di Phillips può avere un significato - sembra che l’attuale livello di disoccupazione, che è più basso del livello di equilibrio individuato nel 4,5% - sia compatibile con un’inflazione al 2%. Alcuni governatori credono che il livello dei senza lavoro possa ulteriormente calare, persino al 3,3%, ma nel loro complesso le proiezioni puntano a una disoccupazione del 3,6% con un’inflazione del 2%. In qualunque momento - la storia e la statistica insegnano - la relazione dominante negli ultimi anni si può però “spostare” e manifestarsi in modo totalmente diverso.

Più posti che lavoratori

DISOCCUPATI PER POSTO DI LAVORO OFFERTO

Un po’ di cautela, in ogni caso, non guasta. A suggerirla è un’analisi un po’ più profonda del mercato del lavoro. Le più recenti rivelazioni indicano che per la prima volta, ad aprile, c’è meno di un disoccupato per ogni posto di lavoro offerto dalle imprese. Se si associa questa indicazione con il fenomeno del disallineamento (mismatch) delle competenze richieste e offerte, si può immaginare che nel prossimo futuro le retribuzioni possano accelerare. Anche bruscamente, se non aumenta il numero di persone in cerca di lavoro. Anticipare il rialzo di tre mesi non mette certo al riparo l’economia Usa da un rischio di questo tipo - di probabilità decisamente bassa, ma dirompente - ma vi trova, almeno in parte, una giustificazione.

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