Mondo

Sciopero Ryanair, perché la low cost rischia di colare a picco…

  • Abbonati
  • Accedi
SALTANO 400 VOLI

Sciopero Ryanair, perché la low cost rischia di colare a picco sui contratti europei

Ryanair, il vettore low cost irlandese, si prepara a un venerdì tumultuoso. Lo sciopero dei sindacati dei piloti di cinque paesi Ue (Belgio, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Svezia) farà saltare 400 voli, con danni diretti su decine di migliaia di clienti della compagnia aerea. Le motivazioni elencate nei comunicati delle parti sociali insistono sul mancato rialzo degli stipendi e della revisione delle condizioni di lavoro. Eppure il dissidio, come suggerisce anche la testata Politico, potrebbe dipendere solo in parte dalla busta paga.

GUARDA IL VIDEO / Ryanair, venerdì 10 agosto sciopero dei piloti anche in Germania

A preoccupare la compagnia sembra essere la richiesta dei sindacati di adattare i contratti dei piloti alla legislazione dei singoli paesi e non solo a quella irlandese, giudicata fin troppo business friendly quando si tratta di soppesare i rapporti di forza fra datori di lavoro e dipendenti. I membri delle sigle sindacali, come l’olandese Dutch Airline Pilots Association (Dutch Alpha), includono l’applicazione delle leggi locali tra le «modeste richieste» avanzate alle vettore. L’azienda non è dello stesso parere. Quanto e più di un aumento salariale, l’imposizione di contratti diversi da quello irlandese farebbe aumentare i costi, mettendo a rischio la profittabilità - tra l’altro in calo - di Ryanair e del suo modello low cost.

Cosa chiedono i sindacati e perché Ryanair si rifiuta
I sindacati chiedono che Ryanair stipuli contratti ai sensi della legislazione dei singoli paesi, senza uniformare tutti i rapporti di lavoro al diritto irlandese. Sepla, il sindacato spagnolo degli aerei di linea, fa notare che la compagnia irlandese è un unicum anche nel suo stesso orizzonte delle linee low cost. «Abbiamo esempi come Norwegian Airway o Easyjet - scrive la Sepla - aziende che assumono i loro piloti con base in Spagna in base alla legislazione del paese». Da questo orecchio, però, l’azienda sente poco. L’amministratore delegato Michael O’Leary ha dichiarato alla stampa internazionale che Ryanair «è una società irlandese» , troncando in un colpo solo dibattito e rivendicazioni sindacali. Il concetto è stato espresso in maniera più chiara da un report dell’azienda, dove si dice che l’imposizione di «contratti locali» potrebbe «impattare costi, produttività e complessità del business».

L’impresa ha tutto l’interesse a mantenere la legislazione domestica perché un “puzzle” contrattuale fra le varie giurisdizioni farebbe crescere i costi (basti pensare al pagamento di contributi in paesi diversi dal proprio) e obbligherebbe il gruppo a regolarsi secondo quanto stabiliscono leggi straniere. L’Irlanda è nota per un impianto favorevole al business, con una tassa sul reddito di imprese minima (aliquota al 12,5%, un record Ocse) e una serie di misure sbilanciate a favore degli imprenditori. Un documento pubblicato da Politico sulle differenze tra legislazione irlandese e spagnola fa notare che Dublino non contempla tetti sul monte orario di lavoro o congedi retribuiti in caso di matrimonio.

Il problema dei contenziosi
Senza contare una maggiore esposizione ai reclami dei dipendenti, facilitati dalla possibilità di rivolgersi a un tribunale locale. Una persona famigliare con la situazione, che non vuole essere citata per il suo ruolo, fa l’esempio di un pilota straniero deciso a entrare in contenzioso con il vettore. Oggi sarebbe costretto ad avviare la pratica in Irlanda, facendosi scoraggiare dalla prospettiva di costi e lungaggini burocratiche. Con un contratto stipulato nel paese d’origine, i tempi di giudizio si abbrevierebbero in maniera importante. Nel 2017 la Corte europea di giustizia aveva dato ragione a un dipendente che chiedeva di far decidere sul suo caso a un tribunale belga, mentre Ryanair insisteva per spostare la controversia in Irlanda. Raggiunta dal Sole 24 Ore, la società fa sapere che « nostri piloti godono di eccellenti condizioni di lavoro. Sono pagati fino a 200.000 per anno e, oltre ad ulteriori benefici, hanno ricevuto all'inizio di quest'anno un aumento del 20%».

Il modello - in bilico - delle aziende low cost
Il ragionamento di O’Leary è lineare, di per sé. L’azienda ha bisogno di schiacciare il più possibile i costi per non intaccare la convenienza dei biglietti, la principale ragione di successo del marchio che forse ha sdoganato di più in Europa la filosofia del low cost. Già il primo trimestre fiscale 2018 dell’azienda si è chiuso con un calo del 20% dei profitti su scala annua, in discesa da 397 milioni a 319 milioni di euro anche «a causa dei costi dei piloti», nonostante l’aumento dei passeggeri (da 35 a 37,6 milioni,+7%) e del fatturato (da 1,910 a 2,079 miliardi, +9%). Ulteriori rialzi potrebbero erodere la redditività dell’azienda, almeno secondo la tesi che scatena le ostilità fra il gruppo e i sindacati. I titolo ne ha risentito sui listini, viaggiando in negativo a Dublino per tutta la seduta. Le uniche turbolenze che spaventano, davvero, l’impero a basso prezzo di O’Leary.

© Riproduzione riservata