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Dossier | N. 287 articoliLettera al risparmiatore

Interpump, nel triennio 350 milioni per l’M&A Focus sulla governance

Proseguire nell’M&A, rispetto al quale nel triennio sono disponibili circa 350 milioni. Inoltre: spingere sulla crescita organica del gruppo. Ancora: fare leva sulla nuova governance. Sono tra le priorità di Interpump a sostegno del business. L’attività, a ben vedere, nel primo trimestre del 2017 è caratterizzata da ricavi e redditività in salita. Un incremento che, a fronte del tradizionale M&A realizzato dalla società, deve considerare sia i dati reported che quelli organici. Soprattutto, riguardo al fatturato. Così: le vendite nette reported sono arrivate a 272,7 milioni (+20,3% rispetto allo stesso periodo del 2016). Con riferimento, invece, al «like for like» la crescita è del 10% (+8,2% a valute costanti). Ciò detto l’Ebitda reported si è assestato a 62,8 milioni (+31,9%) mentre l’utile netto (sempre reported) è cresciuto a 32,5 milioni.

IL CONFRONTO SU BASE 100 A 12 MESI TRA IL TITOLO INTERPUMP E IL FTSE ITALIA STAR

Al di là dei numeri di bilancio il risparmiatore è tuttavia interessato a conoscere le strategie di sviluppo aziendale. Tra i focus, per l’appunto, c’è l’M&A. Le operazioni straordinarie, si sa, sono una caratteristica del gruppo. Alcuni giorni fa Interpump ha acquisito Mariotti & Pecini, Pmi attiva nella produzione di miscelatori e «agitatori» impiegati soprattutto nel settore alimentare, farmaceutico e della cosmetica. Uno shopping che segue, sempre nel 2017, quello della spagnola Inoxpa e della britannica Bristol Hose. Le quali, a loro volta, erano state precedute dalle 4 operazioni di M&A del 2016.

Già, le operazioni di M&A. Quale, allora, l’identikit del possibile target? In generale, salvo eccezioni, nel radar ci sono aziende medio-piccole. Inoltre sono esclusi i turnaround. Vale a dire: la marginalità della società-obiettivo deve essere tale da permettere, in poco tempo, di allinearla a quella di Interpump (Ebitda margin al 21,5% nel 2016). La finalità dell’operazione, poi, è sempre di carattere industriale e non finanziario. Ciò detto rileva, ovviamente, il settore di appartenenza dell’eventuale target. Su questo fronte, per meglio comprendere le strategie, è utile ricordare l’oggetto sociale di Interpump. La società divide l’attività in due grandi aree. Una, più importante come vendite ma a minore marginalità (Ebitda margin del 19,3% a fine 2016), è quella dell’Olio. Ad essa è ricondotta la progettazione e realizzazione di diversi prodotti: dalle prese di forza alle pompe oleodinamiche fino alle valvole e i distributori dei flussi d’olio. L’altra divisione invece, con meno peso sui ricavi ma margini più elevati (Ebitda margin al 25,4%), è quella dell’Acqua («Water jetting»). Appannaggio di essa ci sono le pompe ad alta ed altissima pressione utilizzate in varie situazioni: dal lavaggio nei cantieri navali fino al taglio a freddo di materiali per l’industria. Senza dimenticare, peraltro, le nuove applicazioni. Ad esempio: le pompe sfruttate, nell’alimentare, per creare omogeneizzati.

Orbene: proprio la diversificazione nel comparto Acqua ha permesso di sparigliare un po’ le carte. Nel recente passato Interpump ha indicato il settore Olio come quello dove poter cogliere le maggiori opportunità di M&A. Ora invece, avendo concretizzato l’ingresso nella «gestione dei fluidi», vede interessanti occasioni anche nel «water jetting». Così non è un caso che, tra le ultime tre acquisizioni, due (Inoxpa e Mariotti&Pacini) riguardino proprio l’area in oggetto.

Ciò considerato: quale invece il «tesoretto» a disposizione di Interpump per l’M&A? Il gruppo, valutando l’annuale «free» cash flow e la possibilità di un valore massimo di «Net debt to Ebitda » di 2 volte, stima che nel triennio circa 350 milioni possano essere disponibili per lo shopping.

I TRIMESTRI DEL GRUPPO A CONFRONTO
Dati in milioni di euro

Tutto rose e fiori, insomma? La realtà è più articolata. Proprio a fronte dell’ attività di M&A il risparmiatore esprime un dubbio. Il timore è che le molteplici acquisizioni, le quali comportano il rischio d’esecuzione, possano indurre la diluizione dei margini del gruppo. Interpump rigetta la perplessità. In primis, è l’indicazione, la selezione a monte di target già redditizi permette di prevenire eventuali problemi. Inoltre, dice il gruppo, lo shopping è spesso concentrato su aziende valide ma a gestione famigliare le quali, anche grazie alla managerialità dell’acquirente, migliorano la performance. Poi, aggiunge la società, la prassi non è fondere la neoacquisita con Interpump. Questa resta operativamente separata. Una strategia che rende più efficiente l’M&A. Quell’M&A, afferma infine Interpump, riguardo al quale lo stesso «track record» di gruppo dimostra che non ha effetti diluitivi. Nel 2016 sono state realizzate 4 acquisizioni. Ebbene: l’Ebitda margin è passato dal 20,1% di fine 2015 al 21,5% del 31 dicembre scorso. Quindi, conclude l’azienda, sul tema non sussiste alcun particolare problema.

Ma non è solamente l’M&A. Essenziale rimane la stessa crescita organica. Su questo fronte diverse le strategie. Tra le altre: il cross selling. Cioè i prodotti della casa madre vengono proposti, ad esempio, ai clienti delle neoacquisite. E viceversa. C’è, poi, l’innovazione di prodotto. Un’attività che va dall’R&D interno (circa 15 milioni l’anno) alla collaborazione, ad esempio nell’area Acqua, con l’utente finale.

LA DINAMICA DELLE AREE DI BUSINESS
Dati in milioni di euro

Fin qui alcune considerazioni sulle strategie aziendali. Il gruppo, tuttavia, vuole sfruttare (anche a fini della crescita) la stessa nuova governance. La società ha formalizzato la creazione di un Comitato di Coordinamento Operativo, già sperimentato nel corso dell’ultimo anno, per la gestione aziendale. Interpump ha diviso le controllate in 4 macrofamiglie di prodotti. Ciascuna di quest’ultime è stata affidata ad un direttore generale che, insieme al presidente, il vice-presidente e l’investor relator, costituiscono il Comitato stesso. In tal modo, seppure l’ultima parola resta al presidente, è concretizzata su vari fronti (dall’M&A alla collaborazione tra le diverse divisioni) una gestione più colleggiale che il mercato certamente non disapprova.

Così come non critica l’articolazione internazionale del business. Alla fine del 2016 la divisione dei ricavi per aree geografiche era la seguente: il peso del Nord America era il 30% e quello dell’Italia il 17%; l’incidenza del Resto dell’Europa, invece, si assestava al 28% mentre la Cina aveva generato il 4% del fatturato e l’India e l’America Latina rispettivamente il 3% (Est Europa il 5% e Resto del Mondo il 10%). Orbene il break down descritto, nel giro di 2-3 anni, come potrebbe mutare? In generale l’Italia, dove le vendite sono soprattutto a clienti export oriented, dovrebbe mantenere la sua rilevanza. Analogamente all’Europa Occidentale. Una certa accelerazione, invece, potrebbe attribuirsi ai Paesi Emergenti. Soprattutto Cina ed India. In quest’ultimo mercato Interpump ha investito parecchio per aumentare, e razionalizzare (verranno unite le entità locali di Walvoil e HydroControl), la capacità produttiva. L’obiettivo è, ad esempio, sfruttare nel settore Olio la motorizzazione dell’economia. Riguardo al Paese del Dragone, dove verrà effettuata analoga operazione su Walvoil e HydroControl, la scommessa è anche sul «Water Jetting» (dai cantieri navali agli spurghi fognari).

DINAMICA STORICA DEL GRUPPO
Dati in milioni di euro. (Note: * Senza Unielectric e con 9 mesi di American Mobile Power 9; ** con 8 mesi di Hydrocontrol)

Al di là di ciò la prima singola area di mercato è il Nord America. Nel primo trimestre del 2017, a livello organico, è cresciuta del 6,1% e le prospettive restano positive. Ciò detto il risparmiatore esprime però un dubbio. Il timore è che l’eventuale imposizione di dazi da parte di Washington possa limitare lo sviluppo del business. Interpump non condivide il dubbio. Dapprima, viene ricordato, nessuna decisione concreta è stata finora realizzata. Inoltre, sottolinea la società, il 24% della sua produzione è realizzato negli Usa. Quindi la quota di output eventualmente coinvolta sarebbe limitata. Di quest’ultima, poi, una parte è costituita da prodotti, con minore valore aggiunto, realizzati in Cina. In ipotesi non sarebbe difficile spostarne la produzione. La rimanente, invece, è rappresentata da apparecchiature ad alta tecnologia, resilienti a dinamiche protezionistiche. Quindi Interpump, che peraltro ricorda il possibile vantaggio legato al paventato taglio di tasse sugli utili aziendali (i suoi profitti pre tasse in America sono circa 50 milioni di dollari ), non vede alcun particolare problema sugli Usa.

A fronte di un simile contesto quali allora le prospettive sul 2017? Rispetto a questo tema la società in primis indica che, essendo le guidance basate sul budget annuale, non c’è alcuna modifica dei target indicati (tra gli altri, ricavi a 1,03 miliardi +/- 15 milioni e Mol a 215 milioni +/- 5 milioni). Ciò detto, però, il gruppo si aspetta di andare oltre le aspettative.

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